Sauter au contenu principal
actuellecd

Blogue

258 résultats
  • 29
  • 30
  • 31
  • 32
  • 33
  • 34
  • 35
  • 36
  • 37
  • Atlas Epileptic dans Rumore

    «Recensione», Nicola Catalano, Rumore, 1 mars 2005
    mardi 1 mars 2005 Presse

    Se la memoria non ci inganna Atlas Epileptic dovrebbe essere l’ottavo album in carriera per il performer interdisciplinare Pierre-André Arcand. Dunque un veterano che opera tra design (elettro)acustico, sound-art e poesia sonora, una impervia zona di frontiera della quale questo doppio album (CD audio + CD video) rende opportuna testimonianza. Macinando loop su loop, frammento su frammento, minuzia su minuzia attraverso uno splendido marchingegno autocostruito (la Macchina Ricordi, compatto assemblaggio generativo tre-in-uno di software, campionatore e mixer in grado di processare al tempo stesso suoni ed immagini), l’autore canadese costruisce un edificio babelico e dai toni rugginosi, sovrapposizioni, sfalsamenti, lenti decadimenti della materia fonica.

    Playing Guitar: Symphony #1 dans Revue & Corrigée

    «Critique», Pierre Durr, Revue & Corrigée, no 63, 1 mars 2005
    mardi 1 mars 2005 Presse

    Avec Playing Guitar: Symphony # I le compositeur/guitariste canadien signe son 3’enregistrement pour Amblances Magnétiques. La pièce principale, commanditée par le Nouvel Ensemble Modern en 1997, fut présenté au public de Montréal en 2002 et plus récemment à Beauvais et à Marseille (2004). Le présent enregistrement est complété par Frame I-resonance pièce pour guitare, traitements électroniques et piano.

    “Je ne l’ai pas fait consciemment, mais cette œuvre-là résume magnifiquement tout mon vocabulaire, aussi bien en tant que guitariste qu’en tant que compositeur” déclarait Tim Brady lors d’un entretien. Playing Guitar: symphony #1, à travers ces cinq mouvements, aborde en effet plusieurs aspects de ses précédents travaux: un intérêt pour l’écriture minimale, sa propension au travail d’expérimentation sonore de la guitare, son goût pour des compositions ambitieuses, ses affinités avec le rock progressif. Le mariage entre les différents univers (le NEM était souvent qualifié comme un ensemble plutôt intégriste dans le domaine des musiques contemporaines) est parfois réussi, en particulier dans le second et le quatrième mouvements. Parfois l’osmose entre les deux sources sonores (l’ensemble et la guitare) se fait grâce aux traitements sonores appliqués à certains instruments et réalisés en studio aprés l’enregistrement en concert. D’autres moments, il y a davantage de juxtapositions, voire de soliloques qui apparaissent plus conventionnels à l’auditeur et alourdissent un projet dense et inspiré.

    Frame I-resonance tranche avec la pièce principale. Moins dynamique, elle propose une confrontation quelque peu paresseuse entre un piano qui égrène nonchalamment ses notes dans un environnement de traitements sonores.

    “Je ne l’ai pas fait consciemment, mais cette œuvre-là résume magnifiquement tout mon vocabulaire, aussi bien en tant que guitariste qu’en tant que compositeur” déclarait Tim Brady

    Chicken, Klaxon Gueule dans Blow Up

    «La claque sur la gueule — Storie di grano e di pollo transgenici: i Klaxon Gueule», Michele Coralli, Blow Up, no 82, 1 mars 2005
    mardi 1 mars 2005 Presse

    Montréal, una città moderna con un grande porto e una fiorente attività industriale. Una città come tante altre, forse. Eppure una città dalla forte impronta europea nel cuore del Nord America, un luogo dove esistono un gran numero di musei, gallerie, club e persone interessate alla musica. Un luogo dove anche per gli ambiti più avant-garde esistono spazi quotidiani, non legati all’eccezionalità degli eventi, in cui è possibile ascoltare musiche elettroniche, suoni post-progressivi, improvvisazioni radicali e stilemi nu-jazzistici. Il tutto assaporato nella consuetudine di una vita culturale che ruota attorno ad alcuni locali: O Patro Vys, Le Va-et-Vient, The Shrine, la Galerie Oboro con performance di elettronica sperimentale, la Casa del Popolo (www.casadelpopolo.com) e la Sala Rossa-spazi aperti da Mauro Pezzente, bassista dei godspeed you! black emperor, e luoghi in cui sono passati, tra gli altri, Peter Brötzmann, Tristan Honsinger, Misha Mengelberg, George Lewis, David Grubbs, Rocket From the Tombs, William Parker e molti altri. Nei due locali in questione-uno dirimpettaio dell’altro-assicurano esserci concerti tutte le sere: un fitto programma di performance che diventano anche occasione unica di incontro per molti gruppi locali legati da affinità. Alcuni di questi poi godono anche di un inaspettato successo nel circuito più underground, le cui eco sotterranee si spingono finanche dalle nostre parti. Tanto per citarne alcuni: i già citati godspeed, Le Fly Pan Am, A Silver Mount Zion e Shalabi Effect. Si alternano anche fitte schiere di DJ creativi come Roger Tellier-Craig-ex chitarrista dei godspeed e membro de Le Fly Pan Am-con alias DJ Sundown Sundown, Mingo l’Indien — membro dei Georges Leningrad-e Christof Migone.

    Ma Montréal è anche un rifiorire di piccole etichette discografiche che seguono la fortunata scia dell’esimia Ambiances Magnétiques, che continua comunque la sua attività produttiva e promozionale. Tra le nuove realtà che hanno visto recentemente la luce: Constellation, Alien8, squintfuckerpress, Intr_Version ed &records, fondata da Michel F Côté e Fabrizio Gilardino. È proprio con questi ultimi due che sono stati messi a punto i contatti che hanno portato a questa intervista con i Klaxon Gueule, uno dei gruppi più interessanti della scena francofona canadese, costituito dal percussionista e manipolatore di elettronica Côté, già membro del collettivo Ambiances Magnétiques, dal chitarrista/tastierista Bernard Falaise e da Alexandre St-Onge, bassista legato mani e piedi alle visioni elettroniche degli altri due. Tutti e tre legati a quel mondo sonoro degli ambienti magnetici di Jean Derome, Joane Hétu e compagni. Oggi la &records si ripresenta con una serie di progetti individuali di Côté, Falaise/Tétreault (vedi Blow Up#77) e con il nuovo lavoro dei Klaxon Gueule, il quarto di una serie che promette stimolanti visioni nel futuro prossimo digitale, ma non solo.

    Il vostro ultimo disco Chicken è ormai saldamente ancorato all’interno di un territorio caratterizzato da un “pensiero elettronico”, una sorta di sensibilità che determina, anche nel suonare uno strumento acustico, un approccio elettronico, ovvero orientato a timbri ed espressioni che, pur non essendo filtrate, suonano come se lo fossero. Ci stiamo abituando a vedere elettronica dappertutto o questa sta diventando davvero una protesi del pensiero musicale di questo nuovo millennio? Michel F Côté (MFC): Una protesi di certo no, piuttosto un elemento a sé stante; un “organo” relativamente nuovo che si aggiunge alla lunga lista di strumenti musicali. L’elettronica non è più quel territorio musicale esclusivamente riservato agli “avventurieri” sonori, ma fa ormai parte dell’universo quotidiano di qualsiasi musicista. Il pensiero musicale vi si ritrova completamente immerso. Ci sono voluti una quarantina d’anni, ma da qualche tempo a questa parte il fenomeno si è accelerato-e democratizzato-con l’avvento del digitale. Un’estetica totalmente inedita s’è infiltrata dappertutto: un’estetica che permette di “riascoltare” gli strumenti acustici (e elettrici), senza rimpiazzarli. Anzi, essa aggiunge, suggerisce nuovi approcci cromatici, nuovi timbri e propone una nuova sensibilità temporale e spaziale. Il “grano” della fibra musicale riveste un nuovo ruolo e reagire di fronte a questa nuova sfida estetica mi sembra irresistibile.

    Bernard Falaise (BF): I musicisti reagiscono come spugne. Senza che ciò diventi una protesi, mi pare normale e, aggiungerei, vitale che i suoni elettronici ci sollecitino, così come accadde a proposito dell’invenzione stessa delle tecniche di registrazione. Ciò detto, è vero che una delle mie preoccupazioni principali, all’interno di Klaxon Gueule, è quella di integrare in modi diversi la chitarra elettrica all’interno d’un paesaggio elettronico, senza che l’ascoltatore possa capire chi ha suonato cosa…In una nostra precedente intervista Côté ci aveva suggerito come il passaggio dall’analogico al digitale avesse definitivamente contribuito all’emancipazione del rumore che da parassitario è oggi diventato protagonista. Non pensate che questo processo sia determinato anche da una crisi della forma in quanto tale (intendendo con essa melodia, armonia e strutture varie)? MFC: John Cage ha affermato che la nostra definizione di rumore poggia su basi oggettive insufficienti per poter tracciare una frontiera ben precisa tra suoni musicali e suoni non musicali. Di fronte a una tale affermazione — visionaria e liberatrice-l’emancipazione del rumore doveva per forza diventare necessaria, cosa che la tecnologia digitale ha permesso in modo definitivo. La musica quindi si è arricchita. Per ciò che riguarda, invece, i quesiti più formali, non mi pare che ciò sia un’esclusiva del XX e XXI secolo; direi che questo dilemma ha conosciuto una forte accelerazione da un secolo a questa parte. Le rivoluzioni estetiche si susseguono l’una all’altra; parallelamente, l’assolutismo del Vero, del Bello e del Buono è stato dissanguato, kaput! Tutto ciò è positivo per l’invenzione, ha fatto del bene alle nostre orecchie.

    Eppure all’ascolto di Chicken la prima sensazione che ho avuto è di ascoltare delle “canzoni”, per quanto molto trasfigurate. Mi sono fatto delle idee sbagliate?

    MFC:Sensazione affatto erronea. Si tratta effettivamente di canzoni, non dello stesso genere di quelle che si potrebbero cantare attorno al caminetto del salone. Anche se, d’altra parte, si canta sempre più di rado attorno a un caminetto…

    BF: No, hai assolutamente ragione. I miei compari non hanno potuto rinunciare alla grande fiamma lirica che li animava. Il mio solo rammarico è che non si siano stampati i testi sulla copertina del disco (che ovviamente non esistono, NdR).La &records nasce da una costola di Ambiances Magnétiques, una delle etichette storiche, non solamente nel panorama avant canadese, ma anche punto di riferimento di molti amanti del suono eterodosso in tutto il mondo. Come mai questa scelta autonomista e quali sono i vostri attuali rapporti con loro?

    MFC: &records è innanzitutto un progetto artistico. Fabrizio Gilardino e io abbiamo incominciato una collaborazione a lungo termine, che definirei estetica. Ambedue appassionati di musica, abbiamo avuto voglia di proporre una serie di oggetti musicali e non solo, visto che l’aspetto visivo vi svolge un ruolo di primo piano. Quest’iniziativa può esser vista come una ramificazione “artistica” di Ambiances Magnétiques: sia Fabrizio che io stesso siamo attivamente legati a Joane Hétu (sassofonista, tra i membri fondatori di Ambiances Magnétiques, Hétu si occupa di DAME, una struttura di produzione e distribuzione che raggruppa varie etichette canadesi, NdR) e a tutto l’ambito di Ambiances. &records è un indice della buona salute e della proliferazione contagiosa della vitalità musicale di Montréal.

    I vostri precedenti album sono stati incisi per Ambiances. Quali cambiamenti ritenete che ci siano stati rispetto a questa nuova produzione?

    MFC: Nessun cambiamento. O forse solamente questi nuovi parametri: &records, come nuovo “vettore” che voglio utilizzare-le nostre produzioni sono in un certo senso più “artigianali” di quelle di Ambiances Magnétiques; il fatto d’esser legato a doppio filo ai due progetti (Klaxon Gueule e l’etichetta) e il territorio “canzone”. BF: Ciascun disco di Klaxon Gueule è stato costruito in modo diverso, sia a livello della composizione, che delle tecniche di registrazione e mixaggio. Con Chicken, volevamo ritornare a un suono più vicino a ciò che facciamo dal vivo, rispetto a Grain, che era stato abbondantemente re-mixato. La scelta di uscire su &records è stata fatta dopo le registrazioni e quindi non ne ha influenzato la musica.

    Muets(Ambiances Magnétiques, 2000) è stato inserito nella guida di Blow Up dei 600 album fondamentali, un vademecum che parte da Piano Music di Erik Satie e arriva fino a “Knife Play” degli Xiu Xiu. Che effetto vi fa, se ve ne fa qualcuno?

    MFC: 600 dischi costituiscono una discoteca piuttosto ampia; mi piacerebbe sapere quali sono gli altri 597…Ritrovarmi in compagnia di Satie mi fa piacere. Non ho mai ascoltato gli Xiu Xiu, ma mi piacerebbe sentirli…BF: Ne sono onorato e sarei curioso di dare un’occhiata alla lista completa. Se avessi dovuto scegliere un solo disco dei Klaxon Gueule per una lista simile, avrei scelto anch’io Muets.

    Di un tipo di musica come il vostro si fatica sempre ad immaginarsene la genesi. I vostri brani nascono per lo più tramite processi di accumulo o, al contrario, per mezzo di progressive sottrazioni?

    MFC: Esiste sempre una specie di orientamento estetico di base: il concetto di “power trio”, il free jazz, l’elettroacustica, l’elemento digitale e l’idea di canzone. A livello più concreto, lavoriamo a partire da una base improvvisata in studio, elaborata a partire da un certo numero di istruzioni preventive. In seguito, accumuliamo o sottraiamo, insieme o ciascuno di noi separatamente, a seconda delle modalità di composizione che abbiamo scelto.

    BF: Più che altro, parlerei d’un processo di selezione. Finora — ma ciò potrebbe cambiare-ciascun album di Klaxon Gueule è nato a partire da un certo numero di sessioni in studio di registrazione, completamente improvvisate. Al materiale successivamente selezionato, possiamo aggiungere o sottrarre diversi elementi. La fase di mixaggio è anch’essa importante. In genere ciascuno di noi, individualmente, mixa un certo numero di brani, fino a che la direzione che vogliamo prendere diventa più chiara e allora certe scelte s’impongono. E in genere tutti e tre, piuttosto sorprendentemente, siamo sempre d’accordo con le scelte proposte. Strano. Molto strano.

    [Si ringrazia Fabrizio Gilardino per la preziosa collaborazione]

    I dischi

    Klaxon Gueule Bavards * 2 CD Ambiances Magnétiques * 12/6t-47:32/46:27 1997: un esordio che fa sentire tutto il proprio peso: un doppio CD che contiene una novantina di minuti tutti all’insegna della potenza del power trio della più sfacciata ascendenza rock. Bavards, che in francese sta per chiacchieroni, mette in luce tutta la verve esuberante del trio, solido, coerente e ben assestato entro un filone avant-rock dalle forti nervature jazz e prog-core, che trova ramificazioni nell’irruenza di certo Fred Frith o dei This Heat di Bullen/Hayward/Williams o, per mettere ulteriori cardini, in alcune para-improvvisazioni di The Ex. Nel secondo CD l’organico si allarga con l’aggiunta dell’alto-sassofonista Christopher Cauley che spariglia il mazzo con carte che portano effigi tratteggiate da senso di potenza del suono caro ai Tim Berne e John Zorn di un tempo, ma anche all’antesignano Brötzmann prima di loro. Un gruppo senza veli per un disco senza sottintesi. (8) senz’altro per la capacità di controllo e per l’abilità nell’evitare cadute di tono in un’ora e mezza di musica da ascoltare tutta in un fiato. Klaxon Gueule Muets * CD Ambiances Magnétiques * 12t-50:05 1999: il quadro si complica. Del power trio iniziale scompaiono quasi completamente le tracce. O per lo meno, se ne ha un esilissimo ricordo in un panorama che trasfigura completamente l’organico strumentale di partenza. Eppure qualche cosa di strutturato ancora si muove sullo sfondo. L’effetto è come quello che molti hanno avuto nel sentire “Lark’s Tongues in Aspic” dopo “Red” dei King Crimson. All’attesa dell’impatto si sostituisce un flusso semi-improvvisato in cui piccoli giochi elettronici condiscono le rarefatte atmosfere di Côté, qui più Jamie Muir che mai, e di Falaise e St-Onge, che si avvicinano ai Fripp/Eno di “No Pussyfooting”. Il Municchi l’ha inserito come primo disco del nuovo millennio della famigerata guida dei 600 dischi di Blow Up. Probabilmente Muets (muti, in contrasto all’esordio chiacchierone) è un lavoro che contiene in sé i germi della transizione verso i panorami sonori del futuro. (8):perché sperimentare non significa per forza creare tabulae rase. Klaxon Gueule Grain * CD Ambiances Magnétiques * 10t-43:24 2002: il futuro è qui. Il processo di mutazione che si era avviato con “Muets” trova il suo compimento con Grain. Il “grano” della fibra musicale di cui parla Côté nella nostra intervista è senza dubbio scomposto, alterato e modificato nella sua essenza. Eppure, paradossalmente, anche nella preponderante manipolazione dei materiali, non si ha il senso dell’abbandono all’alveo dell’alienazione, idea cara a chi usa l’elettronica per “criticare il sistema”, bensì della certezza che una nuova dimensione sonora si sta affacciando alle nostre orecchie, ed è quella in cui l’uomo, con tutte le sue proiezioni tecnologiche, e la natura, vettore di qualsiasi attività acustica, si alleano in un’unione artistica strategica a scadenza. Oggi è così, domani chissà! Grain si avvale della collaborazione di Christof Migone e Sam Shalabi che fanno di questo lavoro uno dei più manipolati in sede di post-produzione tra tutti quelli targati Klaxon Gueule. Drones e circolarità che ne fanno un lavoro quasi ambient.(7)

    Klaxon Gueule Chicken * CD &records * 10t-33:15 2004: oggi. La sintesi delle precedenti esperienze, se si esclude la strana creatura Bavards. Abbiamo parlato di canzoni per un’impressione di fondo che viene indotta nel corso dell’intero lavoro. Wawawo, brano con cui si apre Chicken, è il titolo della canzone il cui testo fa proprio “wawawo” e la stessa cosa può dirsi delle onomatopeiche Fra fron fron e Bo doum. La forma può oggi considerarsi totalmente usurata, ma darne un senso così ricontestualizzato può fornire il LA ad alcuni possibili sviluppi. È come lasciare per quarant’anni Bob Dylan dentro una stanza di decompressione ad ascoltare Hymnen di Stockhausen e Poème électronique di Varèse messe in circolo in un eterno loop, oppure, se preferite, far rimbombare a Stockhausen due ore di Jeff Mills in cuffia. L’effetto è possibile esperienza in Dwong, un ricordo techno/etnico in forma di pulsante dijeridoo elettronico. Nella sua epigrammaticità Chicken è un lavoro stratificato e ricco di rimandi, che richiede ascolti concentrati a mente libera. L’esatto opposto di molta musica elettronica glitch-fast-food che circola dalle parti delle nostre orecchie.(8)

    Glossario

    Riportiamo qui una felice elucubrazione di Gilardino sulla traduzione dal francese dei termini klaxon e gueule. «Klaxon vuol dire chiaramente clacson. Mentre gueule significa varie cose: le fauci di certi animali, prima di tutto; nel francese più popolare, parlato, significa bocca oppure ancora viso, mascella, grugno, soprattutto in espressioni come ferme ta gueule, chiudi il becco oppure casser la gueule à quelqu’un, rompere il muso a qualcuno; se casser la gueule, cadere, farsi male, rovinarsi; faire la gueule, fare il muso; avoir de la gueule, essere in forma, ben vestito, cool. Nel francese del Québec, ricco di espressioni particolari, une claque sur la gueule significa un ceffone sulla faccia. In altre parole Klaxon Gueule non significa nulla, anche se è evidente l’allusione al rumore, da una parte, e alla potenza, dall’altra. A tutti è piaciuto quell’accostamento che suona come qualcosa di molto dada.»

    Atlas Epileptic dans Revue & Corrigée

    «Critique», Pierre Durr, Revue & Corrigée, no 63, 1 mars 2005
    mardi 1 mars 2005 Presse

    Le nouveau travail du metteur en son, poète sonore québécois, qu’est Pierre-Andre Arcand se presente a la fois comme un cd audio, Boucles sur boucles en constante mutation et un cd video Cristaux liquides interpréteurs. La référence à John Cage (Atlas Eclipticalis 1961) n’est évidemment pas fortuite. Dans cette pièce du compositeur américain, les parties instrumentales, au nombre de quatre-vingt six, sont constituées de sons uniques et de constellations de sons, plus ou moins longs et déterminent des événements sonores. Pierre-Andre Arcand en utilisant notamment son logiciel Macchina Ricordi (après avoir troqué son système analogique contre un système numérique) accumule, lui, des boucles sonores évolutives (souvent issues d’anciens enregistrements), les déconstruit, les confronte entre eux pour créer une masse sonore dense, tantôt élégante, tantôt plus bruitiste, toujours fascinante. Par ailleurs, son logiciel lui permet aussi d’agir sur les images vidéo (à basse résolution) récupérées, souvent à partir de transformations graphiques, qu’il recompose de manière plus ou moins aléatoire.

    … une masse sonore dense, tantôt élégante, tantôt plus bruitiste, toujours fascinante.

    Portrait Montréal, Malcolm Goldstein dans Revue & Corrigée

    «Critique», Pierre Durr, Revue & Corrigée, no 63, 1 mars 2005
    mardi 1 mars 2005 Presse

    Le violoniste et compositeur Malcolm Goldstein n’est pas un inconnu pour les lecteurs de Revue & Corrigée, ni pour les spectateurs qui suivent les programmations de musique contemporaine alternative sur les scènes hexagonales: Vandœuvre, Fresne-en-Woëvre, Strasbourg, Montreuil, Grenoble pour n’en citer que quelques points de chute. Interprète de John Cage, de James Tenney parmi d’autres compositeurs contemporains nord-americains, il pratique aussi l’improvisation, en soliste et avec divers partenaires, tels Matthias Kaul ou ses compatriotes d’adoption Rainer Wiens ou John Heward.

    Le Quatuor Bozzini fréquente depuis peu les scènes contemporaines plus conventionnelles. Créé en 1998 par les sœurs Stéphanie et Isabelle Bozzini (respectivement à l’alto et au violoncelle) en partenariat avec les deux violonistes Clemens Merkel (d’origine allemande) et Geneviève Beaudry, il se consacre principalement mais non exclusivement au repertoire contemporain (George Crumb, Steve Reich) et a déjà travaillé avec (Tim Brady. La formation sera aussi a l’affiche à la fin de l’hiver au Montréal / Musiques Nouvelles, dans un programme associant les compositeurs Benedict Mason et Rene Koering ou en partenariat avec le Hilliard Ensemble. A New Song of many faces for In These Times, composition de Malcolm Goldstein et interprétée par le Quatuor, permet de réunir ces deux enregistrements. D’autant plus que les deux productions proposent chacune une version de cette pièce: la version figurant sur Hardscrabble Songs a été enregistrée en mai 2002, celle qui se trouve sur Portrait Montréal en août-septembre 2003, alors que la violoniste Nadia Francavilla a succédé à Geneviève Beaudry. Cette pièce met en jeu une forme d’improvisation structurée qui débute par une atmosphère un peu nonchalante (chant coulant) avant de démarrer un violent ballet ou s’entrecroisent rageusement les divers instrumentistes (chant brutal); puis la confrontation cède la place au chant tourmenté avant de finir sur une note plus optimiste (chant intime). Cette structure en quatre mouvements reprend quelque peu l’idée développée dans la pièce éponyme. En effet Hardscrabble songs, créée en 2000, évoque une certaine idee de l’Amérique véhiculée par quatre chansons, une Amérique dans laquelle les idéaux démocratiques sont dévoyés par des réalites moins reluisantes, où la spéculation boursière (le jeu de violon est déstructure évoquant l’âpreté de l’appât du gain) côtoient la pauvrete (jeu dur, grinçant, tendu, presque effrayant). Deux autres pièces évoquent cette Amérique, comme l’indique Malcolm Goldstein: la ségrégation raciale des années 50 avec My feed is tired, but my soul is rested avec sa ligne mélodique sous-jacente et empreinte de blues, l’hystérie anticommuniste puis antiterroriste dans Where are we going when we’re standing still, looking backwards sorte de boucle sonore offrant un travail plus tenu, plus minimal, parfois proche du silence, mais évolutive. Soundings est d’essence plus musicale, puisque, à l’image d’un ancien enregistrement de Malcolm Goldstein (Sounding the fragility of line, 1988), elle a pour but d’explorer uniquement divers approches sonores et interactives de l’instrument et de l’instrumentiste. Outre la piece de Malcolm Goldstein, deja evoquee, Portrait Montréal, premier enregistrement du Quatuor Bozzini, se consacre à trois compositeurs de la ville québeçoise. Pulau Dewata (l’île des dieux), inspire par la découverte de la culture balinaise est l’une des œuvres les plus emblématiques de Claude Vivier (compositeur assassiné à Paris en 1983 à 35 ans). La version pour quatuor à cordes (la pièce est prévue pour s’adapter à différents instruments) apparaît ici plus energique que celle, par exemple, du Nouvel Ensemble Moderne. Michael Oesterle, qui en a réalise l’arrangement, offre lui aussi une de ses compositions au Quatuor Bozzini, Daydream Mechanics V. Sur un mode répétitif (on y sent l’inspiration d’un Steve Reich) mais détourné par les interventions solistes, le quatuor explore un univers un peu trouble, mystérieux et halluciné. Le Quatuor à cordes no 2 de Jean Lesage, suite en 6 mouvements joue quant à lui sur des sonorités plus classiques d’un quatuor à cordes (pas de grincements par exemple) mais en provoquant des croisements subtils et complexes entre les quatre musiciens.

    … des croisements subtils et complexes entre les quatre musiciens.

    Portrait Montréal dans SOCAN — Paroles & Musique

    «Critique», Gabriel Bélanger, SOCAN — Paroles & Musique, no 12:1, 1 mars 2005
    mardi 1 mars 2005 Presse

    Formé de Clemens Merkel, Nadia Francavilla, Stéphanie Bozzini et Isabelle Bozzini, le Quatuor Bozzini nous fait découvrir de nouvelles avenues de la musique contemporaine à travers cet album qui revendique son union à Montréal comme lieu de création et scène musicale privilégiée. Fort de plusieurs tournées internationales, il nous présente ici les œuvres de trois compositeurs montréalais très avant-gardistes, Michael Oesterle, Jean Lesage et Malcom Goldstein, ainsi que du grand Claude Vivier, avec une œuvre de 1977 écrite en hommage au peuple de Bali. Raffiné.

    Raffiné.
  • 29
  • 30
  • 31
  • 32
  • 33
  • 34
  • 35
  • 36
  • 37