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  • La vie, c’est simple, Jean Derome, Joane Hétu, Nous perçons les oreilles in Jazz Convention

    “Bari Taverna del Maltese — Nous perçons les oreilles”, Alberto Francavilla, Jazz Convention, May 12, 2005
    Thursday, May 12, 2005 Press

    Per la rassegna Idillio màgico, organizzata dai musicisti pugliesi Gianni Lenoci e Mario “Jillo” Volpe, in collaborazione con Dream Lab, in scena, alla Taverna del Maltese di Bari, il duo canadese Nous perçons les oreilles (NPLO).

    Gli NPLO, fondatori dell’etichetta Ambiances Magnétiques, sono senza dubbio due tra gli artisti più interessati alla sperimentazione e alla contaminazione di linguaggi nel panorama mondiale. Come ben esplica la breve presentazione che precede il concerto, amano definirsi «due sax, due voci, due gorgogliatori, due satiri, due forze della natura che si dimenano, cinguettano, soffiano, mordono e trasformano la musica in incantazione profana e festa di suoni.»

    Non è una caso che Jean Derome (sax, flauto, voce e “small instruments”) e Joane Hétu (sax e voce) abbiano deciso di essere accompagnati da Gianni Lenoci (tastiere) e Mario “Jillo” Volpe (elettronica, oggetti sonori), che da sempre hanno cercato di smuovere il panorama musicale pugliese con progetti originali e d’avanguardia. Ed infatti il concerto, completamente improvvisato, si articola in pratica in una sola traccia, all’interno della quale, però, è costante il mutamento di suoni e, conseguentemente, la creazione atmosfere diverse.

    Derome e Hétu si confermano nella veste di agitatori, sovvertendo i tradizionali canoni della melodia sonora, grazie all’utilizzo insistito di vocalizzi, ma anche di particolari sonorità ottenute con le labbra e persino con i denti!

    Dal canto loro, Lenoci conferma la sua consolidata fama di pianista versatile e foriero di soluzioni armoniche alternative. Si integra perfettamente con le stravaganze del duo canadese, partecipandovi anzi attivamente con particolari vocalizzi; Jillo assume una funzione quasi di «regista», essendo incaricato alla distorsione di suoni e voci, e partecipando alla costruzione di questo particolare clima con il ricorso a strumenti improvvisati (per es. legnetti, una scodella e persino un tubo!):ancora una volta, quindi, ribadisce il suo caratteristico ruolo di «manipolatore di suoni».

    Risulta chiaro l’intento, peculiare dell’attività di ciascuno dei quattro artisti sul palco, di ricercare nuovi linguaggi sonori, dimostrando che la musica è un elemento intrinseco alla natura, e dunque che si possono creare melodie utilizzando oggetti tipici della nostra vita quotidiana. Inoltre è propria l’intenzione dei NPLO di «suonare il corpo», in modo da esprimere una nuova dimensione della fisicità, che diventa «naturalmente» melodica, anche se in alcuni momenti sfiora l’abrasione uditiva. Non si può comunque negare che la performance risulti molto originale, ed ottiene indubbiamente l’effetto di provocare in taluni punti una sensazione di inquietudine, se non proprio di angoscia. Questa percezione sarebbe forse stata ancora più efficace, se fosse stata accompagnata dalla proiezione di immagini (diapositive o video), che ne avrebbero aumentato il potenziale suggestivo; purtroppo la fusione tra arte sonora e arte visiva (che è una particolarità del duo Lenoci-Volpe, nda) non è stata in questo caso possibile, dato che era la prima volta in assoluto che essi si trovavano ad esibirsi col duo Derome-Hétu, e perlopiù si trattava di un’improvvisazione.

    Per concludere, il concerto è risultato di difficile comprensione per un pubblico che è apparso «improvvisato» e impreparato; d’altronde è questo il rischio di esibirsi in un pub, solitamente ricco di avventori e gente «di passaggio». Ciò ha causato in più momenti un fastidioso brusio che impediva una ascolto accurato, per un’esibizione che aveva bisogno di più attenzione e, quindi, di maggiore silenzio. Rimane innegabile, però, che la Taverna del Maltese risulti ancora una volta tra i locali più attenti, nel panorama barese, nel dare voce a nuove forme artistiche e musicali, promuovendo prodotti ed iniziative che si muovono su terreni nuovi, un fenomeno che è difficile riscontrare da queste parti.

    Labo MTL in Vital

    “Review”, Frans de Waard, Vital, no. 474, May 11, 2005
    Wednesday, May 11, 2005 Press

    The recordings on this CD were made at Radio Canada, under the guidance of Hélène Prevost who curates the Labo MTL program. Two of the three musicians may be well-known: turntablist Martin Tétreault and Kaffe Matthews (electronics) are both renowned players in the world of improvisation. Léon Lo is the unknown one. He plays violin and effects here. As you can imagine this is music from the department of ‘careful crackling’: the stylus of Tétreault hitting the surface, Matthews static sounds and gliding tones and the electronical treatments of Lo’s violin, it fits perfectly the traditions of new improvisation, where electronica and acoustica meet up. In that respect this is nothing new under the sun, but this trio of excellent, skilled improvisers perform their work with great care. The only objection I have, is that it’s all a bit too long for my taste. It requires some intense listening here and sometimes my concentration failed. A little bit shorter and a little more precise editing would have enhanced the CD even further.

    … fits perfectly the traditions of new improvisation, where electronica and acoustica meet up.

    September 7, 2005: L’Ensemble Pierre Labbé to Visit Halifax, Moncton, Vancouver, Guelph

    Friday, May 6, 2005 In concert

    L’Ensemble Pierre Labbé, will be giving a series of concerts across Canada this summer. The group will play at Halifax’s Fever spring festival on May 13 and 14, 2005, at Moncton’s Aberdeen cultural Center on May 15, 2005, at the Vancouver Jazz Festival on June 25, 2005 and finally at Mcdonald Stewart Art Centre during the Guelph Jazz Festival on September 7, 2005.

    Oralizations in Voir

    “Critique”, Thierry Bissonnette, Voir, May 5, 2005
    Thursday, May 5, 2005 Press

    Au même titre que certains (tels Martin Tétreault et Otomo Yoshihide) transforment une platine en un orchestre complet, Paul Dutton utilise sa propre bouche comme une console multi-effets, se contentant de cet instrument primitif pour exercer son art de performeur. Tout comme il l’avait fait sur un disque paru chez Ohm/Avatar, le Canadien expose ici une rétrospective courant sur une trentaine d’années. Alors que quelques morceaux utilisent des mots réels et se situent sur un terrain assez civilisé, plusieurs se concentrent sur un pur bruitisme buccal. Certains auditeurs stopperont la chose dès les premières minutes en criant au ridicule et à la facilité, les autres apprécieront l’aspect cocasse de ces fragments pour découvrir, peu à peu, la grande inventivité qui les traverse.

    … les autres apprécieront l’aspect cocasse de ces fragments pour découvrir, peu à peu, la grande inventivité qui les traverse.
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