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  • My 20th Century dans Wonderous Stories

    «Avant Prog», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 17, 1 avril 2010
    jeudi 1 avril 2010 Presse

    […] Mi riferisco alla nuova opera del chitarrista/compositore Tim Brady che con My 20th Century ci regala la sua personalissima sintesi del secolo appena concluso. Dapprima è la narrazione per chitarra sola di Strumming (curiosamente dedicata a John Lennon), una sorta di crocevia tra il Fripp più estremo e una sorta di Mike Oldfield in formato lisergico. Poi tocca al post-serialismo di Traces, composizione molto ardita per quintetto semi-acustico che, successivamente, lascia il campo ai quasi venti minuti di Hommage à Rosa Luxemburg. Anche qui siamo proiettati nel cuore delle avanguardie del primo novecento dove un lacerante paesaggio elettronico ospita lunghi fraseggi per quartetto d’archi, situazione che — sebbene con una dose di ulteriore drammaticità — viene riproposta in Double Quartet (Hommage à Dmitri Chostakovich) articolata in tre movimenti: Impossible Pizzicato Machine, An Infinity of Four e Hockey Canon, Fugue che vede nell’armonizzazione introspettiva del movimento centrale il suo momento migliore. L’uscita è completata da un dvd che ripropone le medesime composizioni abbinandole ad un percorso visivo.

    Infininiment dans Wonderous Stories

    «Klaxon Gueule», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 17, 1 avril 2010
    jeudi 1 avril 2010 Presse

    Infininiment dopo cinque anni segna il ritorno del grande trio canadese (Michel F Côté, Bernard Falaise e Alexandre St-Onge) dopo i fasti del seminale Chicken. Côté & Co. abbandonano l’indifferenziato flusso sonoro dell’opera precedente a favore di strutture più riconoscibili dove l’elettronica continua a giocare un ruolo importante affiancandosi, però, ad una strumentazione più spiccatamente e “riconoscibilmente” acustica. Mi riferisco soprattutto alla componente fiatistica rappresentata da tre ospiti illustri: Gordon Allen e i già pluricitati Jean Derome e Philippe Lauzier. Barbe de seuil (nella sua inesorabile lentezza), Fibreux tate (frastagliata e sghemba in cui spicca l’acustica di Falaise) e la malmostosa Gruge mou le perle più abbaglianti.

    La notte fa, Sainct Laurens dans Wonderous Stories

    «Stadi di Ulteriore Follia», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 17, 1 avril 2010
    jeudi 1 avril 2010 Presse

    Ne La notte fa (ovvero l’incontro tra due percussionisti (sic) “inquieti assai”, Michel F Côté e a_dontigny) viene preso in considerazione un substrato elettro-rock trasfigurato da un fitto uso di elettronica destrutturante (ad esempio Ritmi di oggetti ma anche le più soffuse Unlisted Card Number e soprattutto Paxil Origami Club) il tutto filtrato da una propensione addirittura “punk” (Bounce Dat ARN). Molto interessanti gli apporti degli ospiti Alexandre St-Onge (basso), Alexander MacSween (batteria) l’immancabile Bernard Falaise (chitarra) e soprattutto Jean René alla viola.

    La medesima etichetta (&records) pubblica Sainct Laurens di Philippe Lauzier e Pierre-Yves Martel, opera di abbacinante introspezione timbrica dove i fiati (Philippe) e gli archi (Pierre-Yves) vengono dolcemente molestati da un’elettronica diffusa e soffusa. Nascono così piccole gemme come Brazos, Adda e Alz. Tre parole sussurrate nella penombra elettroacustica.

    Ugly Beauties, Ice Machine, Shaman, Live • 33 • 45 • 78 dans Wonderous Stories

    «Stadi di Ulteriore Follia», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 17, 1 avril 2010
    jeudi 1 avril 2010 Presse

    E’ ciò che emerge dalla poetica evidentemente disturbata e “dadaista” (per non dire parafisica) di Mankind (Ice Machine), vale a dire un incredibile duo femminile che sa muoversi con estrema disinvoltura tra “sospiri ritmici post-wyattiani” (Mile End Throat Singers), elettronica schizzata (Todo que tengo) e psyco-minimalismo à la Comelade (The Anti-Rules).

    Ignaz Schick e Martin Tétreault (Live • 33 • 45 • 78) si presenta in un contesto ancora più radicale: quattordici tracce di radicalismo estremo dove i due musicisti si dividono non solo i canali (quello di sinistra Ignaz, a destra Martin) ma anche i marchingegni elettronici.

    Nous Perçons Les Oreilles (cioè Jean Derome e Joane Hétu) con Shaman ne rappresentano — invece — il contraltare acustico attraverso dodici tracce inesorabilmente segnate dal trionfo del fiatismo improvvisativo (sax, flauti e oggetti vari e la voce stessa).

    Dal canto loro Marilyn Lerner, Matt Brubeck e Nick Fraser con Ugly Beauties, pur continuando a muoversi nel campo della free-improvvisation, ci propongono patterns più delineati soprattutto con il “lirismo slabbrato” di Oubliette che, grazie all’ottimo violoncello di Matt si spinge nei pressi di certo camerismo contemporane, così come nell’intensa Figure lisse dove l’interplay “piano/violoncello” sostenuto dalla soffusa batteria di Fraser è davvero notevole.

    Self Made, Somewhere the Sea and Salt, Interview, Shadows of Forgotten Ancestors dans Wonderous Stories

    «La “terra del nudo suono”», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 17, 1 avril 2010
    jeudi 1 avril 2010 Presse

    Se Ganesh Anandan e Hans Reichel, con Self Made, attraverso sottili intarsi percussionistici ci spingono in un mondo dove il profondo oriente si sposa ad una raffinata propensione improvvisativa (Amphibian, Primate Marathon), Charity Chan (in Somewhere the Sea and Salt) ci guida nel Regno della Dissonanza attraverso l’acustica deformata di un piano preparato ed “oggetti vari”. Ma è ancora il femminile ad ammaliare in Amy Horvey (Interview) dove la trentenne trombettista canadese si cimenta in quattro brani di compositori contemporanei tra cui spicca l’asciutto lirismo di Quattro pezzi per tromba sola, opera del grande Giacinto Scelsi (musicista ligure ultimamente molto rivalutato) e il radicalismo della conclusiva Overture to the Queen of Music Boxes. L’attenzione alla “classica contemporanea” è mantenuta alta anche da Quasar, che con Miroir des vents ci regalano un vivido affresco fiatistico dove la solitudine del vento (leggi i sax di Marie-Chantal Leclair, Mathieu Leclair, André Leroux e Jean-Marc Bouchard) viene declinata attraverso otto composizioni che trovano ne Le chant de l’inaudible di Jean-François Laporte la sublimazione ultima.

    Con Rainer Wiens (Shadows of Forgotten Ancestors) la faccenda si fa davvero intrigante: il percussionista (sic) di origini tedesche organizza undici performances in forma di solo e duo dove si alternano il flauto di Jean Derome, i violini di Malcolm Goldstein e Joshua Zubot nonché il sax di Frank Lozano. Il risultato — profondo e suggestivo — trova la sua sublimazione estrema nella traccia omonima: oltre dieci minuti splendidamente giocati dal duo Derome-Zubot, attraverso un zigzagare materico nel silenzio incombente…

    Migration, Live at Upstairs 2008, Manivelle, Live au Upstairs dans Wonderous Stories

    «Al di là delle olimpiadi… Nuovi appunti canadesi», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 17, 1 avril 2010
    jeudi 1 avril 2010 Presse

    Continuando a “gittare” lo sguardo Oltreoceano — grazie agli stimoli che continuano ad arrivarci copiosi dalla canadese Ambiances Magnétiques ci si imbatte, innanzitutto in qualche golosa uscita di…

    Jazz deviato

    Il Normand Guilbeault Ensemble pubblica un notevole Hommage à Mingus dove — grazie al sestetto allestito dal contrabbassista canadese — vengono riletti sei classici del grande musicista statunitense: molto intensa l’iniziale Passions of a Woman Loved così come il blues malato di Song with Orange.

    Su di una frequenza più elettrica si colloca il Pierre Labbé 4tet che con Manivelle sforna un lavoro molto denso ed intimista magnificamente introdotto dalla convincente — ma (pur)troppo breve — Pour le moment. In effetti Labbé si rivela fiatista e compositore molto interessante e “felpato” in grado di far emergere il lato più lirico di due musicisti davvero unici: il chitarrista Bernard Falaise (che abbiamo apprezzato sia nelle scorribande avant di Klaxon Gueule che nei suoi grandissimi lavori solisti) e il percussionista Isaiah Ceccarelli: in Corpus i due forniscono un apporto davvero convincente così come nella rarefatta La Kuchika dove emerge imperioso anche il contrabbasso di Clinton Ryder.

    Per rimanere ancora in situazioni più strutturate va menzionato Nozen, (Live! au Upstairs) quartetto che ruota attorno al già noto fiatista Damián Nisenson grazie alla cui penna possiamo godere di un jazz a spiccata propensione etnica. Sorprende la duttilità dell’onnipresente Falaise così come l’efficace panneggio bassistico di Jean Félix Mailloux mentre Pierre Tanguay si conferma batterista in grado unire inventiva musicale a solida strutturazione ritmica.

    Ancora più bello — nella sua esotica fragranza — Migration di Cordâme. Si tratta di un sestetto gravitante attorno al già citato Mailloux (che, tra l’altro, firma tutte le tredici tracce) dove — così come il nome del progetto allude — le corde emergono in tutta la loro fragranza mediterranea: il violino di Marie Neige Lavigne, il violoncello di Julie-Odile, le chitarre di Rémi Giguère unitamente all’onnipresente Tanguay e alle percussioni di Ziya Tabassian. Molto bella l’omonima Migration — nella sua purissima arabicità — cosi come il nervoso peregrinare di Trajet.

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