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  • En concert, Muzika dans Wonderous Stories

    «Recensione», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 14:37, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    Artista eclettico (oltre che musicista pare che sia anche attore), Damian Nisenson è un sassofonista di origini argentine che, prima del suo arrivo a Montréal, ha vissuto e studiato musica in Europa dal 1977 al 1984. La sua discografia, completa di collaborazioni, conta già sei uscite di cui due come solista/leader. In effetti l’ambiente creativo in cui il poliedrico fiatista pare muoversi con più famigliarità è il trio: da qui il suo esordio come titolare in Muzika del 2006 accompagnato dal contrabbasso di Jean Félix Mailloux e dalle percussioni del ben noto Pierre Tanguay. Quella di Nisenson è una musica molto sanguigna e ritmica che trae dalle radici etniche (sospese tra il gitano e il klezmer) la sua linfa vitale avvicinandosi in questo a quella miriade di progetti “new klezmer” gravitanti attorno ad un altro musicista inafferrabile che, come Damian, ha sviluppato un fiatismo borderline e radicale, vale a dire John Zorn. Di grande impatto emotivo Supper’s Ready (niente a che fare con quella di genesisiana memoria) dove il nostro spinge le sonorità dei suoi sax a livelli assai contigui all’africanità di un Archie Shepp così come il quieto respiro di Paspire dove il suo tenore fraseggia con i piatti di Tanguay e il basso “archettato” di Mailloux.

    Sulla stessa frequenza il live del 2008 che vede il Nostro allargare i propri orizzonti creativi aprendo il proprio trio alle percussioni di Ziya Tabassian, la fisarmonica di Luzio Altobelli e il bandoneon di Denis Plante conferendo al tutto tonalità ancor più marcatemene etniche. Molto d’impatto l’inaugurale Drose Dubke (già presente nel lavoro precedente) con il sopranino del leader in ottima evidenza così come l’inedita Piegrande dai toni gitano-klezmer parecchio marcati grazie anche alle timbriche delle tastiere. Stessa atmosfera (ma ancor più danzereccia e quasi tribale) in Chanson de q che si va a sciogliere nelle note dilatati e quasi dolenti di Tempo (presente anch’essa in Muzika). La sommessa tensione di Hora (dopo i begli episodi di Paspire, Ninguneo, Supper’s Ready e Chanson de rue #6) conclude nei migliori dei modi questa seconda, notevole, prova del musicista argentino.

    Quella di Nisenson è una musica molto sanguigna e ritmica che trae dalle radici etniche (sospese tra il gitano e il klezmer) la sua linfa vitale…

    Édifices naturels dans Wonderous Stories

    «Recensione», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 14:37, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    Pianista canadese di rara sensibilità ed apertura, Brigitte Poulin con questo suo primo lavoro solista propone una sorta di “collezione” di musicisti contemporanei che possano valorizzare al massimo il suo pianismo inquieto e proteiforme. I primi due movimenti sono riservati all’omonimo Edifices (naturels) di James Harley composizione che prende lo spunto dai paesaggi montuosi di Bryce Canyon. Atmosfere tardo novecentesche che incrociano l’espressionismo di marca shcoemberghiana con brandelli melodici più vicini alla scuola francese post-Satie. Più frastagliate ed eclettiche le Danses et interludes di Ana Sokolović strutturate in undici movimenti dalla difficile catalogazione se non quella di un utilizzo pieno della scala cromatica (i serrati fraseggi sulle note acute del quarto movimento restano memorabili) così come l’ostinata ricerca sospesa tra piano e pianissimo del quinto senza per questo rinunciare a quelle tonalità più alte, vera e propria caratteristica della compositrice serba. Contredanse du silène Badouny del canadese Denys Bouliane sviluppata in un unico movimento che dilata parossisticamente un tema basato su sedici note, presenta cadenze ritmiche molto ben marcate e sempre contraddistinte da un’incombente atonalità. Conclude l’album Finnegans Quarks Revival di Paul Frehner, (trentottenne musicista di Montréal). E’ la composizione più recente (2005-7) presente nel dischetto dove, accanto ad un indubbio virtuosismo viene tematizzata un evidente recupero della componente melodica che si articola in cromatismi ricchi di pathos. Insomma Edifices naturels si configura come un’opera prima dall’indubbio spessore artistico sia perché permette di incontrare le capacità interpretative di questa giovane pianista sia per lo sguardo che ci permette sul panorama attuale della musica colta.

    Edifices naturels si configura come un’opera prima dall’indubbio spessore artistico…

    La notte fa dans Blow Up

    «Waves», Stefano Isidoro Bianchi, Blow Up, no 127, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    Aimé Dontigny è il turntablist del duo morceaux_de_machines (con Érick d’Orion), Michel F Côté è il batterista dei Klaxon Gueule; gli ospiti del loro disco sono Bernard Falaise e Alexandre St-Onge, rispettivamente chitarra e basso degli stessi Klaxon Gueule, Alexander MacSween dei Foodsoon (batteria aggiunta in un brano) e Jean René (viola in un brano). Chi segue le vicende dell’impro-rock canadese sa che abbiamo a che fare con un grumo di musicisti che si collegano, scambiano e ritrovano in mille dischi diversi con formidabili capacità camaleontiche e dissimulatorie: in pratica riescono a suonare letteralmente di tutto e lo fanno con estrema nonchalance. Stavolta la coppia Côté-Dontigny propone un suono sfasciato e destrutturato — la masterizzazione è dell’esperto Paul Dolden: a quando un nuovo disco suo? — ma solidamente ancorato a una visione da ‘track’ ampia e accogliente, aperta ad input diversi e de/strutturata cum grano salis, facendo in modo cioè che restino linee maestre come se si trattasse della scrittura di autentiche ‘canzoni’. Tutto si basa nell’interazione di batteria-percussioni e cut-up da dischi e computer: Ritmi di oggetti, Jumping Off Minoru Yamasaki’s Building e Target=”blank_” con l’impeto di grooves ottusi e nebbiosi, Unlisted Card Number come dialogo elettronico di glitch e microwaves, Paxil Origami Club e Naines qui gesticulent in astrazioni di breakbeat e galleggianti tastiere spacey, Bounce dat ARN e The Book Burner come impossibili out-funk alla Super_Collider, Lube liqueur e Visiones nocturnae disperdendosi in sublimi scie di filamenti jazz.

    Un’operazione che può ricordare DJ Shadow in una visionaria versione impro-jazz-rock e senza la passiva dipendenza da culto del vinile: i cut-up sono sempre funzionali a se stessi e non meri ammenicoli da esporre con matematico scientismo, strumenti puri d’arrangiamento all’interno di un raffinatissimo modello di scrittura ri/creativa che ruota come una girandola mostrando sempre nuove facce e dettagli infiniti a ogni ascolto. Tenuto e trattenuto insieme dal collante di un’intesa perfetta e di una comunicativa a tratti persino vagamente ‘pop’, La notte fa è l’ennesima conferma di due talenti — e con loro di un’intera comunità di musicisti — dalle possibilità pressoché infinite.

    La notte fa è l’ennesima conferma di due talenti — e con loro di un’intera comunità di musicisti — dalle possibilità pressoché infinite.

    10 Taxonomical Movements dans Blow Up

    «Altrisuoni», Dionisio Capuano, Blow Up, no 127, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    Più programmatico del lavoro d’esordio, è un letto fluido creativo senza soluzione di continuità ma nel quale si distinguono dieci segmenti con un proprio tematismo. A parte il primo e l’ultimo movimento, semplicemente intitolati Ouverture (un drone sinusoidale più loop di voce femminile affannata) e Epilogue (cangiante di piano elettrico, chitarra, elettronica e che chiude similmente all’apertura), le altre composizioni hanno una duplice denominazione che ne sottolinea il carattere strutturale-dinamico e di contenuto. La qualità sonora di II Sostenuto — Sospeso è definita da un continuum elettronico-digitale, graniglia elettroacustica, e da un drone che sembra (farvi) levitare nello spazio. III Andante con moto (Tema) è jazz da camera elettro-cubista, con ritmo informale ed il clarinetto basso di Fega che disegna un tema melodico anti-accademico. In VII Larghetto — Appassionato (tema) la melodica intona una specie di tango mentre il basso di Lella e le corde di Martusciello disperdono sulla trama note pizzicate. IX Grave — narrante inizia con (quello che sembra) il rumore di fondo, basso e sordo, di un microfono aperto e poi dipana field recordings di voci, suoni parassiti e d’ambiente. Taxonomy elabora un approccio spontaneo al suono che trova un rigoroso arrangiamento in dieci movimenti tassonomici attraverso la fase compositiva. Come dire che la fase compositiva diventa un momento di analisi ‘etico-politica’ e la musica che ne scaturisce l’espressione dinamica delle idee. Sullo sfondo engagé paiono esserci gli AMM e fors’anche gli Ultra-red. Sia ben chiaro, nulla di manifesto (di che parliamo: scontro tra nord e sud? neo-consumismo? intolleranza ideologica? Ogm?) ma l’urgenza critica di simili lavori s’impone e non ci si può non interrogare su quello che ci accade intorno.

    Taxonomy elabora un approccio spontaneo al suono che trova un rigoroso arrangiamento in dieci movimenti tassonomici attraverso la fase compositiva.

    Musique pour objets en voie de disparition dans Touching Extremes

    «Review», Massimo Ricci, Touching Extremes, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    In the late 80s/early 90s Ambiances Magnétiques was among my darling labels but, inexplicably, with the passage of time I kind of lost contact and became less aware of their production. My loss, as this CD from 2007 is indeed a clever-sounding artifact needing to be rescued from a dimension of implicit oblivion. Diane Labrosse has always been a bright-minded artist, collaborations with the likes of Jean Derome, Michel F Côté, Geneviève Letarte and Joane Hétu just a small fraction of a career expanding through the whole gamut of avant-garde. As the record title explains, the tracks were constructed around the utilization of “objects on the verge of extinction”, such as alarm clocks, black and white TV sets, old printers and electric percolators. Labrosse, who’s gifted with a wholehearted compositional wisdom allowing her to understand what’s the ideal balance of the ingredients in a piece, utilized the “voices” of the machines in relatively comprehensible contexts, typically featuring a maximum of one or two instruments. She was helped by Marie-Soleil Bélanger, Jean Derome, Bernard Falaise, Lori Freedman, Jean René and Pierre Tanguay, stalwarts of the Quebecoise scene who contributed with efficient proposals and untarnished inventiveness to Labrosse’s conceptions. This is a delightful assortment of physical antiquity and instrumental individuality that leaves plentiful spaces for the intellect to take action, moments of charged standstill to be found amidst systematic reiteration and mechanical interplay. Above all, the sense of joyful mischievousness characterizing the album causes us to realize why there’s no need of disproportionate solemnity to conceive stimulating music.

    Above all, the sense of joyful mischievousness characterizing the album causes us to realize why there’s no need of disproportionate solemnity to conceive stimulating music.

    Édifices naturels dans Touching Extremes

    «Review», Massimo Ricci, Touching Extremes, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    This is my initial encounter with Canadian pianist Brigitte Poulin who, besides being a refined soloist, is also active as a chamber musician and vocal accompanist tackling many kinds of repertoire “from the invention to the deconstruction of the piano”, as per biographic notes. Not a surprise then that she got a doctorate in interpretation of contemporary piano literature at the University of Montréal. Édifices naturels is an absorbing collection in which she executes pieces by four young composers — James Harley, Ana Sokolović, Denys Bouliane and Paul Frehner, all of them perfect strangers to this writer (mea culpa). There seems to be a sort of aesthetic continuity among these scores, whose stylistic range comprises graceful elegies, dissonant eruptions, hints to Chick Corea circa Children Songs and materials at the border with pure improvisation. Poulin’s approach with the program is characterized by zeal and elegant restraint at once, her phrasing releasing scents of awareness, a degree of nostalgia for the past, the grief-stricken consciousness of an impossible-to-relive atmosphere. The impressive aspect of this woman’s style is that both impetus and rarefaction appear to be factors of a same equation, the music wrapped by an aura of longing that lets us soak up even the most convoluted segments with contentment, the level of sober musicianship high throughout, a lovely feminine sensitiveness perceptible ever since the very first tones of each composition. This was a much welcomed soundtrack for a dismal November evening.

    … a lovely feminine sensitiveness perceptible ever since the very first tones of each composition.
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