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  • Kim Myhr dans The Wire

    «On Location: Open Frame Festival (Brisbane, Australia)», Andy Hamilton, The Wire, no 298, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    Kim Myhr from Norway was more leftfield, though that wasnt evident at first from the haunting, spare guitar which bookened his set. His little instruments — an egg whisk with motor attached, comb, metal bowl and plate, and what sounded like a toy dulcimer — produced a compelling pattern of tiny percussive and vaguely-pitched sounds, with echoes of Harry Partch. Myhr has recorded with Jim Denley among others, but brought no CDs with him — so, a true artist, but maybe he needs to develop more of that entrepreneur spirit.

    … a true artist…

    Mike Essoudry, Linsey Wellman dans Wonderous Stories

    «Recensione», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 14:37, 1 décembre 2008
    lundi 1 décembre 2008 Presse

    Ecco un disco che riesce ad abbinare in modo molto convincente la dimensione più marcatamente improvvisativa con una insistita ricerca timbrica in costante bilico tra jazz, musica contemporanea ed etnica. Lo sguardo è costantemente rivolto al Medio Oriente (Linsey ha lavorato parecchio sia in Marocco che in Tunisia) così come alcuni titoli lasciano chiaramente intuire (Shambat + Enkidu ed Uruk evidenti omaggi alla cultura sumerica) senza però precludersi voli più aperti ed estremi (Jeweled Garden e Uta Napishti ammiccano chiaramente all’India..). Linsey (sax alto e soprano) e Mike (batteria e percussioni), sebbene alla loro prima collaborazione, dimostrano di essere due musicisti molto in sintonia tra di loro soprattutto per quanto riguarda la condivisione dell’idea di una musica non pervasiva e dedita a coltivare la preziosità del silenzio. In particolare Wellman si rivela un fiatista molto pulito e musicale soprattutto quando imbocca il sax soprano mentre Essoudry mostra doti percussive molto raffinate e musicali decisamente propense non tanto all’aspetto ritmico quanto alla costruzione del suono. Da qui le tredici composizioni interamente scritte ed arrangiate a quattro mani tra cui spiccano la silente fragranza dell’inaugurale The Shades con quei suoi affascinanti echi dal “vicino Oriente” così come l’energia jazzistica di Deluge e della conclusiva Country Fair.

    Ecco un disco che riesce ad abbinare in modo molto convincente la dimensione più marcatamente improvvisativa con una insistita ricerca timbrica in costante bilico tra jazz, musica contemporanea ed etnica.
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