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  • Pandore dans AllMusic

    «Review», François Couture, AllMusic, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Jocelyn Robert had been very quiet during the first half of the 2000’s, but it seems that Pandore is designed to help us catch up. This 4-CD box set offers four individually-packaged, stand-alone albums featuring four very different projects. Disc 1 is titled 6 Drawers 4 Spoons and credited to SoukSouk, Robert’s duo with Éric Gagnon. This album is more vibrant, vital and “musical” than the other three. Through three lengthy pieces, Robert and Gagnon combine myriads of sound sources, from acoustic guitar to street recordings and electronics, to develop an alluring form of cinema for the ear that (mostly due to the guitar parts) strongly evokes Giuseppe Ielasi’s works. Disc 2 is a solo Robert work, Slow Sparks from the Split-Voiced Buddha. The single 40-minute piece is based on field recordings of workers’ songs in Lhassa, Tibet. These songs appear untouched at the beginning and end of the work. Elsewhere, they are heavily treated into long, sinuous drones. The result has a cold esthetical beauty to it, but it doesn’t sustain the listener’s interest all the way through. Disc 3, Les Scaphandres is Robert’s second collaboration on record with Laetitia Sonami, following 1999’s Le Crachecophage. Here, the duo dives straight into noise art, each one of the six pieces exploring extreme electroacoustics (rather than full-force blows a la Merzbow). The final album, 24 exercices de parallaxe, features a collaboration with Louis Ouellet. It consists of a series of 24 short pieces generated randomly by a Disklavier interface (a Yamaha piano retrofitted with a computer controlling a piano-player mechanism) from software programmed by Robert and Ouellet. The 24 two-minute pieces are surprisingly pretty. They keep the listener in a state of expectation, balancing chaos and order in a way reminiscent of Koji Asano’s piano pieces. Considering the price of admission, this box set is not for the newcomer. Start off with La Théorie des Nerfs Creux, 20 Moments Blancs Lents and Canned Gods. Then, if Robert’s musical concepts intrigue you, save up for this eclectic Pandora’s box.

    The Feeling of Jazz dans The Gazette

    «Review», Irwin Block, The Gazette, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    The Montréal-based trio of reedman Jean Derome, bassist Normand Guilbeault and drummer Pierre Tanguay bring their perspective, as musicians associated with the avant-garde, to a mainly mainstream display of intimate knowledge of the music and the culture it represents. The 11 selections — Ellington’s The Feeling of Jazz, Fats Waller’s Jitterbug Waltz, Cole Porter’s You’d Be So Nice to Come Home To, and lesser- known tunes by pianist Mischa Mengelberg — are chosen for their joy. All are played with verve and humour, with plenty of space for edgy and soulful improvisation. Derome also sings or intones on several cuts; his voice is honest, though he shouldn’t give up his reeds. ★★★ 1/2

    All are played with verve and humour, with plenty of space for edgy and soulful improvisation.
    ★★★½

    Leaves and Snows dans ImproJazz

    «Critique», Luc Bouquet, ImproJazz, no 58, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Les voici nous guidant vers l’étrangeté des sphères. Le premier est guitariste, il fertilise des paysages arides et dévastés; le deuxième est pianiste, il rassure l’harmonie, approfondit la masse; le troisième est ingénieur du son, il veille, cristallise, complote amoureusement. Ces trois-là ont en commun d’avoir croisé la route du Mills College, là où précisément deux professeurs-passeurs — Joëlle Léandre & Fred Frith — prodiguent conseils et bienveillance aux jeunes musicien(ne)s. Parce qu’ils ne se soumettent à aucune règle, parce que la stratégie est absente de leur musique, Antoine Berthiaume, Quentin SirJacq et Norman Teale arment leur musique d’une poésie fraternelle.

    Les voici nous invitant vers l’étrangeté des sphères. Les voici intimes dans leurs petits bruits, soudés, cheminant vers une simplicité évidente, étrange et inattendue parce qu’oubliée. Quelque chose irriguant et fluidifiant la sphère et qui nous touche en plein cœur. Et Joëlle Léandre d’ajouter: ces deux-là sont vrais, sincères, élégants; la musique qu’ils jouent est profonde, joyeuse, risquée, ils s’écoutent et s’entendent. Qu’ajouter de plus?

    Quelque chose irriguant et fluidifiant la sphère et qui nous touche en plein cœur.

    Mingus Erectus dans All About Jazz Italy

    «Recensione», Enrico Bettinello, All About Jazz Italy, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Sono ormai parecchi anni che il Normand Guilbeault Ensemble lavora sul repertorio di Charles Mingus: come a ogni gruppo che si accosti alla musica — e ai meccanismi musicali — del grande compositore, all’immenso piacere che accompagna il suonare quelle pagine si affianca la non facile responsabilità di come farlo.

    Chiariamoci, non si tratta tanto di una questione di “rispetto” nei confronti dell’originale [che il materiale musicale del ’900 possa diventare “repertorio” per il solo fatto di esistere e di essere stato registrato è un fatto su cui non vale nemmeno la pena di soffermarsi più], ma di un problema personale, di come fare che meccanismi espressivi così intensi e evoluti entrino a fare parte del proprio lessico, di come la propria arte si relazioni con quella somma di Mingus [e altri].

    Spesso, quando ci sono tributi o riletture del repertorio di grandi jazzisti del ’900 [pensiamo a Monk o a Ellington], il punto non è tanto quello di “suonarli male” o “rovinarli”, quanto quello di immettere nel proprio percorso musicale degli elementi di cui talvolta non si è risolto il rapporto o non si è in grado di esplicitarlo.

    Non è questo il caso di Guilbeault e soci, che assommano alle capacità espressive personali un rapporto sempre vivo con la materia: risale al 1996 il disco Hommage à Mingus per la Justin Time e arriva ora questo ottimo Mingus Erectus per la Ambiances Magnétiques, lavoro in cui la band lavora su composizioni di medio/ampio respiro.

    Si apre con “Pythecantropus Erectus”, che vive su una bella tensione tra l’afflato collettivo e la linea analitica degli assoli, così come All the Things…, bruciante e capace di mettere in luce la grande versatilità del sassofono di Jean Derome.

    Oltre a Derome, anche gli altri componenti della band sono tutti ottimamente in sintonia, il trombettista Ivanhoe Jolicoeur, il clarinettista Mathieu Bélanger, il batterista Claude Lavergne ovviamente il leader al contrabbasso, Normand Guilbeault.

    Jazz suonato bene e pensato bene prima di essere suonato: solo cosî il quintetto può immergersi totalmente nelle atmosfere mingusiane [anche quelle meno frequentate e in fondo personali di Conversation o Tijuana Gift Shop], donando loro un suono denso e caldo, ma trasparente, pronto a fare risaltare i singoli contributi.

    Oltre a un aggiornamento della celebre Fables of Faubus alle tristi avventure odierne di George Dubya [oggetto delle critiche vocali del testo], il gruppo srotola una bella composizione di Derome, intitolata MDMD come omaggio mai banale all’ispirazione di riferimento. Gran finale con Moanin’. Mingus avrebbe apprezzato!

    Mingus avrebbe apprezzato!

    Veuillez procéder dans All About Jazz Italy

    «Recensione», Francesca Odilia Bellino, All About Jazz Italy, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Rouge Ciel è una band di giovani musicisti canadesi che oscilla tra vecchie sofferenze rockettare, improvvisazioni irrefrenabili, virate nella musica dell’Est Europa, jazz e rumorismi variegati. Per capirne di più di questi quattro (che se vanno avanti così faranno certamente parlare di loro) basta leggersi una bella intervista dove troverete l’essenziale per muovervi nel loro immaginario.

    Veuillez procéder è il loro terzo album, secondo per la Monsieur Fauteux che conferma così piena fiducia alla band. I dodici nuovi brani offrono ancora una volta musica immediata (mai banale), super-energetica. Si passa dall’acustico all’elettrico, sempre con tocchi di leggerezza ed emozione, con una estensione così limpida e lineare che davvero sorprende. La trama sonora lascia pensare ad una grande maestria nel saper armonizzare così tanti elementi (più che di quartetto si tratta d’ensemble), eppure all’ascolto il tutto ha grande immediatezza. A metà disco troverete una sorpresina… un’inedita samba che dà tutto un altro respiro a questo disco, già di per sé curioso e interessante.

    … un’inedita samba che da’ tutto un altro respiro a questo disco, gia’ di per se’ curioso e interessante.

    Veuillez procéder dans Progressia

    «Chroniques», Jean-Daniel Kleisl, Progressia, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Les Québécois sont fous! Ils se font une spécialité de sortir des albums qui sortent de l’ordinaire, voire qui atteignent le stade du complètement barjo! Après le superbe Parade de Miriodor, voici une formation quasi-inconnue, qui n’avait jusque là sorti qu’un album éponyme, Rouge Ciel. Veuillez procéder traînait depuis quelques temps sous les piles de disques à chroniquer de la rédaction, et c’est Pascal Goblensky de Miriodor qui nous a conseillé d’y jeter une oreille attentive. Il a fort bien fait, le bougre!

    Rouge Ciel est un quatuor de foldingues mélangeant allégrement électricité (guitares, claviers), bidouillages divers et instruments acoustiques (violons, cuivres, piano préparé, percussions diverses), ceci dans un capharnaüm des plus sympathiques. On lorgne ici du côté des musiques nouvelles, appellation qui dit à la fois tout et n’importe quoi. Comment dès lors décrire au mieux la musique de Rouge Ciel? Un «melting pot», une sorte de rock in opposition rigolo, piochant tour à tour dans le jazz, la samba et le folk… et qui parfois même se trouve du côté du «pas rigolo du tout». Etonnant, n’est-il pas?

    Entre les quatre parties totalement dissonantes et expérimentales, à la limite de la séance d’accordage que sont les Bonds précisionnels, s’égrènent des pièces, toutes instrumentales, qui proposent des instants alternant une douceur subtile et des moments d’une violence inouïe, à l’instar de Nostradamus l’avait prédit.

    Si l’on retrouve l’influence de Miriodor et d’Univers Zéro dans la musique de Rouge Ciel, il n’en demeure pas moins que le groupe possède une forte personnalité. La pièce maîtresse du disque, Névréalité postparapsychophysiologique (quel titre!), démontre le brillant savoir-faire des Québécois. Naviguant souvent dans des improvisations de haute volée, Rouge Ciel sait se fendre de compositions très bien écrites, d’où ce menu très varié et subtil qu’offre Veuillez procéder.

    Fortement impliqués au sein de la scène montréalaise, les quatre bricoleurs que sont Guido Del Fabbro (violons, électronique), Simon Lapointe (claviers, piano), Antonin Provost (guitares) et Némo Venba (percussions, trompette), intriguent et amusent par les soubresauts, les rythmes bigarrés et les mélodies loufoques qu’ils proposent. Veuillez procéder est à découvrir de toute urgence pour qui veut sortir des sentiers battus!

    Veuillez procéder est à découvrir de toute urgence pour qui veut sortir des sentiers battus!
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