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  • André Duchesne in Wonderous Stories

    “La chitarra liberata”, Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no. 13:36, July 1, 2008
    Tuesday, July 1, 2008 Press

    André Duchesne, ecco il nome che si dovrebbe appuntare chiunque voglia seriamente indagare sull’evoluzione della chitarra nella musica contemporanea. Già, perché questo ottimo musicista canadese sono già parecchi lustri che fa parlare (e sentire) assai bene di sé; fin da quando, nel lontano 1977, unitamente a Bouchard, Cormier, Derome e Lussier, dà corso ai mitici Conventum (due album che ogni vero amante del “progressive” inteso etimologicamente dovrebbe possedere) e nell’89 sfiora addirittura Canterbury con il gruppo de Les 4 Guitaristes de l’Apocalypso Bar (alla batteria una certo Chris Cutler…).

    Però è stata l’ultima uscita Duchesne Cordes à danser… suite saguenayenne — 57:40 AM 2006 a riportalo imperiosamente alla mia attenzione. Un disco egregio, completamente strumentale che sa ritagliarsi quello che nei settanta si chiamava “spazio elettroacustico”. Sentite che formazione: basso, batteria, (naturalmente) chitarra, due violini, violoncello, sax alto ed undici tracce una più bella dell’altra in bilico tra RIO, Henry Cow, avanguardie novecentesche, rapidi sguardi alla Centerbury più trasversale: c’è lo stralunato bop di Saguenay Country Club che sa irrimediabilmente sgretolarsi in mille rivoli armonici (Zappa approverebbe!), Mon pays c’est une shop riesce nell’improbabile compito di declinare Fred Frith con Simon Jeffes così come Jumper le train de la Roberval-Saguenay. Eppure questo è solo uno dei volti possibili del chitarrista canadese… infatti se andiamo a ritroso lo possiamo rintracciare in Locomotive — 58:92 AM 2006 progetto ben più elettrico ed intriso di rock a suo modo ruvido e duro. Fin dall’inaugurale Avril-Mai si percepisce un grande tasso adrenalinico che il quartetto sa profondere con dovizia anche se la chitarra di André non perde nulla della sua cristallina pulizia (mentre quella di Claude Fradette certo non risparmia citazioni bluesy piuttosto marcate). Però con la successiva Le Train de l’est le cose si complicano assai: fraseggi più pesanti, persino violenti, con la voce dello stesso Duchesne a rendere ancora più sofferto il mood.

    Sei anni più tardi troviamo il nostro alle prese con Réflexions — 57:53 AM 1999, ovvero quattordici intensi schizzi per chitarra acustica. Un lavoro che sa di introspezione e feconda solitudine. Una sorta di grande meditazione dove, però, qualsiasi compiacimento melodico-oleografico è rigorosamente bandito rimpallando al pigro ascoltatore fraseggi armonici che evitano accuratamente lo “scontato” e il luogo comune. Ascoltare per credere la superba sobrietà de Un après-midi à Paris oppure Vendredi soir en Andalousie con quelle sue dissertazioni deliziosamente notturne. Davvero un disco di grande impatto emotivo (per chi sa ascoltare non solo con il cuore ma anche con le sinapsi…).

    Poi è il tempo di Polaroïde — 55:52 AM 2001 con il Nostro in trio (Jean René al sax alto e Pierre Tanguay alla batteria) ad anticipare paesaggi che verranno ripresi con maggiore varietà timbrica, appunto, nell’ultimo Cordes. E’, ancora, il trionfo dello spazio acustico e di un serrato interplay che conferisce suggestivi dinamismi alla dodici composizioni su qui aleggia, imperioso ed impalpabile, il profilo di Igor Stravinski e con lui l’elogio smodato alla musica in trio (“La composizione triangolare attraversa la musica come una meteora nella notte” scrive André nelle note interne). Come non rimanere scossi dalla lugubre luminescenza di Carnaval con quel suo incedere decadente e proteiforme? E come rimanere insensibili ai silenzi abissali di Polaroïde I?

    Infine Arrêter les machines — 54:06 Auberge du repos 2006, innalza le lodi alla canzone deviata disegnando un bislacco ed affascinante pianeta dove si danno appuntamento il cantautorato colto e trasversale di un John Greaves e Peter Blegvad ma anche certe prospettive stralunate molto Slapp Happy il tutto condito con una francesità molto agrodolce… Musica silente, quasi in sottovoce che, proprio per questo, sa arrivare diritta al cuore. Gustare lentamente mentre il sole cala nel cielo di maggio l’acre sapore de La nuit longtemps oppure la sghemba poesia de Un bon matin… nell’attesa che il buon André ci mostri un suo nuovo profilo…

    André Duchesne, ecco il nome che si dovrebbe appuntare chiunque voglia seriamente indagare sull’evoluzione della chitarra nella musica contemporanea.

    Visions fugitives op. 22 in Wonderous Stories

    “Recensione”, Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no. 13:36, July 1, 2008
    Tuesday, July 1, 2008 Press

    Dietro alla sigla Quartetski Does Prokofiev in verità si cela un quartetto di jazzisti condotto dal contrabbassista/arrangiatore Pierre-Yves Martel che intende non solo offrire un tributo alla musica del grande compositore russo ma anche proporne una eccitante esplorazione. Perché, se proprio la vogliamo dire tutta, ogni tributo che si rispetti non deve riprodurre ma, riscrivendo, indicare nuovi approdi!

    In effetti Martel si insinua del pentagramma prokofiefano esaltandone i silenzi, frammentandone i fraseggi, marcandone le melodie, sfumandone i cromatismi. Fin dall’iniziale Lentamente si può godere della peculiarità di questo dischetto: cioè gli impasti fiatistici tra la tromba di Gordon Allen e i sax/clarinetti di Philippe Lauzier (di cui abbiano dato conto del bell’esordio in trio qualche tempo fa) in bilico tra situazioni armoniche variegate e ben colorate dai piatti del percussionista Isaiah Ceccarelli. Un’atmosfera allarmante che si tuffa nella felpata partitura dell’ Andante mentre il contesto bandistico-destrutturato del Molto giocoso rivitalizza l’ascoltatore forse immalinconito da questa rilettura così rigorosa e borderline. Se l’Allegretto I trasuda di rinnovata energia, Con eleganza pare riscrivere certe pagine del tardo Stravinsky mentre Commodo (così nel titolo) riecheggia certo radical-jazz per fiati soli. Allegretto tranquillo, grazie al pastoso contrabbasso di Martel, disegna una sorta di ballata silente che contrasta ferocemente con l’atmosfera felliniano-circense di Ridicolosamente. Molto bello, poi, il sincopato contrappuntismo di Con vivacità così come l’andamento dolente (quasi funeralesco) di Assai moderato.

    Con la speranza che quelle del Quartetski Does Prokofiev non siano visioni fuggitive ma inaugurino un nuovo modo di rileggere il nostro passato.

    Dietro alla sigla Quartetski Does Prokofiev in verità si cela un quartetto di jazzisti condotto dal contrabbassista / arrangiatore Pierre-Yves Martel che intende non solo offrire un tributo alla musica del grande compositore russo ma anche proporne una eccitante esplorazione.

    To Continue in Wonderous Stories

    “Recensione”, Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no. 13:36, July 1, 2008
    Tuesday, July 1, 2008 Press

    A ben dieci anni dall’ottimo Torticolis ritorna il quintetto guidato da Jean Derome, (poliedrico fiatista canadese) questa volta caratterizzato da una maggiore propensione verso un jazz “dilatato” anziché (come nell’uscita precedente) “contaminato”. Innanzitutto colpisce la scrittura meticolosa di Jean: temi finemente lavorati attraverso il paziente intarsio fiatistico tra i sax e il flauto del leader con il trombone del sempre ottimo Tom Walsh mirabilmente sostenuti da una sezione ritmica dotata di grande versatilità: propensione improvvisativa non disgiunta da una costante ricerca lirico/melodica. Mi riferisco al piano di Guillame Dostaler (subentrato alla chitarra di René Lussier), alla batteria di Pierre Tanguay e, infine, al ben noto Pierre Cartier (basso e voce). Il risultato è un cd assai compatto costituito da sei tracce aperte dall’arioso tema di Hiboux (paradigmatico esempio della sinergia prodotta dalla coppia Derome/Walsh) su sui si insinua il meditativo basso di Pierre e il liquido percussionismo di Tanguay. Nez qui coule sviluppa un tema piuttosto contorto esposto dal trombone e sostenuto dal piano di Dostaler con accordi molto essenziali e profondi, da qui il dipartirsi di un reticolo variegato di percorsi solistici senza mai perdere, però, un rigoroso sguardo d’insieme. Da ricordare anche l’esuberante energia collettiva (una sorta di “post-bop”) di To Continue introdotta da una gustoso pastiche vocale del “quintetto tutto” così l’insistito contrappunto de Cogné un genou. Se l’atmosfera malmostosamente notturna de La Grenouille et le Bœuf ricorda da vicino di lavori solisti di Pierre Cartier (qui impegnato anche alla voce) Prières, una sorta di ballata destrutturata e silente, chiude degnamente questo quarto capitolo dei Jean Derome et les Dangereux Zhoms.

    A ben dieci anni dall’ottimo Torticolis ritorna il quintetto guidato da Jean Derome, (poliedrico fiatista canadese) questa volta caratterizzato da una maggiore propensione verso un jazz “dilatato” anziché (come nell’uscita precedente) “contaminato”.

    Musique pour objets en voie de disparition in Wonderous Stories

    “Recensione”, Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no. 13:36, July 1, 2008
    Tuesday, July 1, 2008 Press

    Fin da quando l’italico Luigi Russolo, all’inizio del secolo scorso inventò l’“intona-rumori” e il francese Pierre Henry si dedicò negli studi di Parigi a quel ramo della musica elettronica poi definita “musica concreta” la nostra musa preferita ha iniziato a guardare non solo dentro ma “oltre” se stessa (per tacere degli orizzonti aperti da John Cage…). Un capitolo interessante viene ora riaperto da questa musicista/compositrice/fisarmonicista canadese che si diletta a “estrarre poesia intrinseca” in oggetti desueti. La mia convinzione è che Musique pour objets en voie de disparition non solo sia un disco molto bello ma, visto il materiale che utilizza, anche abbastanza accessibile. Diane, infatti, mischia sapientemente i suoni di svariati oggetti (sveglie, TV, stampanti, magnetofoni, racchette da ping pong) con quelli di strumenti tradizionali (violino, violoncello, flauto, tromba, clarinetto, fisarmonica, percussioni) con il risultato di otto dolci composizioni dalle timbriche sospese, talora crepuscolari e sommesse. Come non rimanere ammaliati dai quei quattro minuti di La télé noir et blanc con il clarinetto di Lori Freedman a dialogare con le onde di una vecchia TV in bianco e nero? E che dire di quella fisarmonica che, come un tetro maestro di cerimonie, introduce un atemporale standby telefonico? Così come quel lugubre ticchettìo di sveglia lontana si mescola con i toni bassi della chitarra di Bernard Falaise proiettandoci in un tempo rarefatto ed alieno.

    Musica per trattenere il passato, rivitalizzandolo.

    La mia convinzione è che Musique pour objets en voie de disparition non solo sia un disco molto bello…

    Scat in Wonderous Stories

    “Recensione”, Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no. 13:36, July 1, 2008
    Tuesday, July 1, 2008 Press

    Il lavoro è, senza dubbio impegnativo: sette composizioni del musicista canadese che ha da qualche tempo allestito un ensemble “australiano” (Topology appunto) costituito da Robert Davidson (contrabbasso), Kylie Davidson (piano), Christa Powell (violino), Bernard Hoey (viola) e John Babagge (sax) per cui scrive la sua musica. Il centro di gravità è l’avanguardia del novecento con evidenti riferimenti sia alla scuola post-schoenberghiana, ma anche più contigui alla ricerca elettronica (Stockhausen, Ligeti e Nono) senza disdegnare sporadici ritorni ad una rarefatta tonalità che sa (anche) di “sano” minimalismo.

    Il disco si apre con il bellissimo trittico SCAT (because we all have voices and stories to tell), una suite di oltre diciassette minuti che spazia dal frenetico puntillismo del primo movimento tutto giocato sugli effervescenti contrappunti tra fiati ed archi con il piano di Kylie a cristallizzare il sound con massicci “cluster”. Molto più rarefatto il secondo episodio, denso di materia crepuscolare ispessita dai lunghi accordi del violino e da vaghe coloriture percussive (l’ospite David Kemp) che si va a con-fondere in una sorta di fuga minimalista ricco di speziature perfino famigliari a chi ha ascoltato certe cose del Mike Ratledge più rileyano ma, soprattutto, di Philip Glass. Di ambientazione più elettronica la prima parte del dittico Lightning Field — Darkness / Illumination (Brady, oltre alla scrittura e alla direzione fornisce “pesanti” apporti alla chitarra elettrica ed ai sampler) che odora qua e là di Corrieri Cosmici mentre il segmento conclusivo disegna spazi aperti con un suggestivo recupero di accattivanti (ma non scontati) elementi melodici. Conclude questo bel lavoro la dolente atonalità di Dark Matter (Primal Pulse) e Struck Twice by Lightning con la sua digrignante violenza dove, la tormentata viola di Bernard, assicura un robusto puntello cromatico.

    Il centro di gravità è l’avanguardia del novecento con evidenti riferimenti sia alla scuola post-schoenberghiana, ma anche più contigui alla ricerca elettronica (Stockhausen, Ligeti e Nono) senza disdegnare sporadici ritorni ad una rarefatta tonalità che sa (anche) di “sano” minimalismo.

    Shruti Project in Wonderous Stories

    “Recensione”, Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no. 13:36, July 1, 2008
    Tuesday, July 1, 2008 Press

    Ci sono molti motivi per dover parlare di questo Shruti Project, e non solo musicali, ma anche sociologici, storici e, perché no, filosofici. D’altronde è cosa nota di come l’osmosi oriente-occidente (fin dai tempi di Platone) abbia prodotto nuove idee e spalancato eccitanti prospettive. Lo stesso può valere per la musica se si tiene conto (solo per fare un esempio tra i tanti) della cosiddetta scuola minimalista nata, una quarantina d’anni fa, da una fatale attrazione dell’America di Terry Riley verso il mantra titanico indiano. Anche se non ci troviamo di fronte a scenari del genere è pur vero che la prospettiva “minimal” persiste nel lavoro di Anandan e Gzowski (musicisti rispettivamente, indiano e canadese in collaborazione dal 1996) se è vero che Shruti è un termine sanscrito che sta proprio ad indicare l’intervallo più piccolo che intercorre tra le note. Ganesh porta tutta la tradizione orientale grazie, soprattutto, ad un nutrito numero di percussioni e ad alla sua vocalità mentre John ci mette un discreto numero di chitarre (acustiche e non). Il risultato finale risulta essere un “ambient” piuttosto materico e sussurrato (I am inside looking out, In a new land, no man’s land.) dove l’elemento melodico non trova posti adeguati per prosperare a differenza della componente ritmica che, invece, sa insinuarsi in ogni anfratto armonico, plasmandolo a propria immagine e somiglianza (With our intuition and instinct). E’, comunque, la componente orientale ad essere maggiormente evidenziata (We listen and act. vocals,, Except maybe the sounds.) anche se non mancano evidenti riferimenti a certa sperimentazione contemporanea (The left hemisphere should intervene) nonché alla tradizione psichedelica più esoterica (To where we are now).

    Il risultato finale risulta essere un “ambient” piuttosto materico e sussurrato…
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