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  • AnteNata in Sands Zine

    “Un omaggio coraggioso e ’diverso’ al Novecento ”, Sands Zine, November 8, 2005
    Tuesday, November 8, 2005 Press

    Nell’arco di pochi mesi la Ambiances Magnétiques ha pubblicato ben due CD che vedono coinvolto un componente degli Ossatura, dopo Elio Martusciello con il disco deiTaxonomy, che trovate già recensito, è adesso la volta di Fabrizio Spera, che è stato parte integrante di questo notevole collettivo. Ma non voglio rischiare di deviare il lettore, perché AnteNata era in realtà un progetto creato e diretto da Sabina Meyer e Daniela Cattivelli. L’ensemble visse solo una breve stagione intorno all’anno 2001, il tempo di dare qualche concerto e registrare il disco, e forse qualcuno si ricorderà di loro come StrixAluco. Quel nome non aveva mai convinto pienamente le protagoniste ed è stato cambiato in extremis con il più enigmatico AnteNata. La scelta mi trova pienamente d’accordo poiché StrixAluco sovraccaricava, con il suo palese significato, un progetto già caratterizzato di per sé sia dalla doppia leadership femminile sia dalla scelta di utilizzare dei testi liberamente tratti dall’opera di alcune scrittici-poetesse del Novecento (Ingeborg Bachmann, Patrizia Cavalli, Marina Cvetaeva, Meret Oppenheim, Sylvia Plath, Anne Sexton, Patrizia Valduga e Simone Weil). Se non conoscete le scrittrici in questione vi invito a cercare informazioni su tali ‘antenate’ per ben mettere a fuoco lo spirito che animava le protagoniste di quest’avventura. La musica ha un taglio decisamente mitteleuropeo e fare il nome di un’altra donna, la cui presenza trasuda da ogni poro, è d’obbligo: Dagmar Krause. Stabilito ciò è bene comunque individuare l’autonomia del progetto da eventuali modelli, quali possono essere gli Henry Cow e famiglia, e la commistione della materia di base con elementi elettronici ed elettroacustici e con l’utilizzo di parti campionate. D’altronde appare evidente come l’apporto degli altri componenti non sia stato esclusivamente strumentale, ma anche di tipo creativo, e sia andato ad incidere su alcune scelte strutturali (ben al di là della firma che i quattro musicisti pongono alternativamente sotto alcuni titoli). Ma quello dei progetti aperti allo stimolo di tutti i musicisti coinvolti è un cavallo di battaglia tipico dell’ambiente che AnteNata rappresentava, quindi non si tratta di una novità, e comunque va sottolineato che l’ossatura del disco è saldamente nelle mani della Meyer e della Cattivelli. Quindi, riprendendo il filo del discorso, suggestioni mitteleuropee che si miscelano con la musica afroamericana (jazz? ma anche altro) sotto la benedizione di un santone qual è stato Frank Zappa — e qui bisognerebbe scomodare Igor Stravinskij, ma rischiamo di andare troppo lontano. È importante invece mettere un accento sull’importanza del disco perché, da una parte, ricopre un periodo dell’attività artistica di Daniela Cattivelli, quello successivo allo split delle Fastilio, poco documentato e dall’altra offre una delle rare occasioni in cui è possibile ascoltare la voce di Sabina Meyer. Cose preziose, perché la prima è un’ottima strumentista e compositrice e la seconda ha una voce bellissima. Avendo assistito ad uno dei loro primi concerti, con Paolo Angeli invece di Caric in formazione, non posso fare a meno di notare la notevole crescita che era in atto e, alla luce di ciò, rammaricarmi per la fine prematura del progetto, ma tant’è e vale la pena di gustarsi questo regalo ormai inatteso e, come tale, ancor più prezioso. Dico male?

    Ps: splendide le immagini di Nanni Angeli.

    Steve Reich: Different Trains in wReck thiS MeSS

    “Review”, Bart Plantenga, wReck thiS MeSS, November 7, 2005
    Monday, November 7, 2005 Press

    Different Trains, on DAME, is an incredibly vibrant and awesomely melancholy interpretation of Steve Reich ’s train works, which are inspired by his early experiences of the importance of trains in a boy’s childhood and the history of the world — the transport of millions of Jews to their deaths during WWII. The works include prerecorded tapes of people discussing their memories of WWII, the Holocaust, the sounds of trains and 3 different string quartets. Immediately ranks in the top for 2005.

    Immediately ranks in the top for 2005.

    Flat fourgonnette (Mescal Free Style) in Exclaim!

    “Review”, Nilan Perera, Exclaim!, November 7, 2005
    Monday, November 7, 2005 Press

    Michel F Côté has a dedication in this release that is directed to Fabrizio Gilardino, describing it as a “spaghetti western.” Well, upon listening to this movie for the ears, and in between bouts of laughter, I have concluded that it is actually a poutine western. Anybody who doubts that Quebec has a distinct culture had better listen to this CD and come to their senses. This take on American culture could not have come from anywhere else. Côté has assembled a work that staggers between electro-acoustic atmospherics, cowboy songs, jazz moments and old roots/jazz record samples. Songs dissolve like amnesiac drunks drifting into space or the strangest’shroom fuelled channel surfing that you’ve ever done; it definitely has a Tom Waits/Eugene Chadbourne jump cut feel to it, but is totally in its own wacky little world. The only criticism I can muster is that I find it a bit guitar heavy; a wider diversity of instrumentation or a greater use of samples and musique concrete by Côté would have been more to my liking. But hey, this is one inspired movie that I would recommend to all. Maybe poutine instead of popcorn, though.

    … I have concluded that it is actually a poutine western.

    A Global Taxonomical Machine in Altremusiche

    “Recensione”, Michele Coralli, Altremusiche, November 7, 2005
    Monday, November 7, 2005 Press

    La breve frase di una chitarra ripetuta e sporcata da una serie di disturbi elettronici che lentamente hanno il sopravvento sull’interno paesaggio sonoro di questa macchina tassonomica globale. Dietro al glitch si nasconde oggi tutto ciò che viene processato, ovvero allontanato da qualsiasi evocazione gestuale a tal punto da far scomparire l’idea stessa del musicista e suggerire invece quella di un’intelligenza artificiale che plasma la musica secondo un proprio disegno, razionale, quanto incommensurabile.

    Certe esperienze come quelle di Taxonomy (alias Elio Martusciello, Graziano Lella e Roberto Fega) andrebbero lasciate sedimentare a lungo (anni o decenni), prima di poterne trarne un qualsivoglia tipo di giudizio. Non si tratta di pusillanimità critica, bensì di consapevolezza della necessità di un maggiore distacco storico da molte di quelle esperienze estemporanee che si stanno adunando attorno alle apparentemente infinite possibilità dei processi di manipolazione digitale. Molte delle sperimentazioni che si compiono oggi sono da ascriversi in un contesto che trova l’inizio della propria storicizzazione in molte di quelle musiche del recente passato in stretta relazione con le innovazioni tecnologiche che hanno consentito di allargare le capacità percettive di una buona fetta di ascoltatori.

    Certo oggi il laptop senza il giradischi, i nastri Ampex, le valvole AEG e i circuiti modulari farebbero senz’altro un’altra musica, così come i Taxonomy senza Schaeffer, Cage, Riley, e… Marino Zuccheri. Ci sono costruzioni che però sembrano logiche, stabili, incrollabili pur nell’estemporaneità della loro edificazione (vedi l’Electro-Acoustic Ensemble), altre sfuggono il processo ricreativo che ognuno di noi innalza a Gestalt nell’ascolto di un lavoro anche complesso. Martusciello e compagni sembrano voler continuamente spostare l’angolo di tiro, per rendersi imprendibili e sfuggire ogni inquadratura.

    Una caratteristica del genere appartiene senz’altro ai grandi, anche se la creazione di una tassonomia basata sulla forza dell’errore può rilevarsi un progetto tanto utopico, quanto inutile, come già Pierre Schaeffer ha dimostrato con il suo tentativo, andato frustrato, di voler classificare tutti i rumori secondo decine e decine di categorie diverse. Anche la memoria di un laptop, o di mille laptop, per quanto umanamente non quantificabile, si pone come uno spazio segnato da un limite. Ma forse per capirne davvero le potenzialità si dovrà aspettare ancora.

    Pee Wee et moi in AllMusic

    “Review”, François Couture, AllMusic, November 1, 2005
    Tuesday, November 1, 2005 Press

    Simply put, this is Robert Marcel Lepage at his best: witty, funny, acrobatic and jazzy. Pee Wee et Moi signals a return to the creative heights of La Traversée de la Mémoire Morte, Adieu Léonardo and Les clarinettes ont-elles un escalier de secours. The “Pee Wee” in question is clarinetist and band leader Pee Wee Russell. Here, Lepage pays tribute to the man in his very own special way: by assembling a seven-piece clarinet section playing Lepage originals written as Russell pastiches. The results are simply wonderful, pairing up Russell’s swing and idiosyncrasies with Lepage’s bouncy, let’s-break-the-rules-and-have-fun-while-doing-so style. His arrangements for the clarinet section are lush and inventive, with plenty of group playing and a judiciously small number of solos (it would have been nice to know who plays them, though). Besides Lepage, Guillaume Bourque, Jean-Sébastien Leblanc, André Moisan, Pierre-Emmanuel Poizat, Richard Simas and the Vancouver jazz mainstay François Houle handle the clarinets. Lepage did a wonderful job at reinventing Russell’s style and incarnating the master’s spirit into his own brand of music, but Pee Wee et Moi is also noteworthy for reasons slightly beyond Lepage: it marks guitarist René Lussier’s first appearance on an Ambiances Magnétiques recording since his late-’90s fallout with the label. And that is another reason to rejoice! Lussier’s wacky off-the-wall playing (often sounding like the missing link between Fred Frith and Eugene Chadbourne and heavily featured throughout the album. Bassist Normard Guilbeault and drummer Pierre Tanguay round up the impressive formation. The set list consists of 12 Lepage originals book-ended by two Russell covers, Pee Wee’s Blues and Muskagee Blues. The album is released in Ambiances Magnétiques “Jazz” series, but in spirit, it sounds closer to the label’s vintage “musique actuelle” sound of the ’80s and ’90s than any other release in that series. A late-2005 must-have.

    Simply put, this is Robert Marcel Lepage at his best: witty, funny, acrobatic and jazzy.
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