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  • Steve Reich: Different Trains dans Blow Up

    «Recensione», Gino Dal Soler, Blow Up, no 91, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Different Trains è una delle composizioni più celebrate di Steve Reich, per nastro magnetico e quartetto d’archi, dove sono proprio i nastri di brani parlati a dar vita al materiale per il quartetto d’archi. In quei nastri Reich (ebreo) mixava le proprie memorie d’infanzia tra New York e Los Angeles con quelle dei sopravvissuti all’olocausto, una rete densa di voci, suoni di treni, ritmi. Per quest’occasione il quartetto Quatuor Bozzini ha registrato quattro parti per archi di cui una suonata live e le altre provenienti da nastro. Different Trains per quanto acclamata non è onestamente tra le mie composizioni preferite di Steve Reich, ma al Quatuor Bozzini va il merito di averla ripescata 15 anni dopo quella del Kronos Quartet e molti fans so che gradiranno. (6/7)

    Le Quatuor Bozzini a eu le mérite de reprendre cette œuvre quinze ans après le Kronos Quartet et je suis certain que bien des fans de Steve Reich leur en sauront gré.

    AnteNata dans Blow Up

    «Recensione», Dionisio Capuano, Blow Up, no 91, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Chi ritiene che la stagione di Henry Cow, Art Bears, News From Babel non sia un solo un’era geologica della musica rock progressista (prendete sempre più con beneficio d’inventario e con sospetto l’espressione), ma un segno, nella storia, dell’intelligenza, dell’impegno e della creatività umana al servizio della polis, non dovrà trascurare quest’album — registrato a Montepulciano nel 2001 e rimbalzato tra le mani di Joane Hétu per esserci restituito in confezione Ambiances Magnétiques. Le matrici cultural-sonore sono quelle di cui sopra ed hanno le forme di cabaret songs oblique (Swimming; Figlia), jazz rock patafisico (II Ilma), excursus di poesia sonora in broda free impro (il medley Reigen/Bufera). Ma se il format può essere noto, l’ispirazione – il grido – è cosa nuova, nel senso di roba fresca, sanguinante. Scorre sangue-parola di donna (tra le altre, Ingeborg Bachmann, Patrizia Cavalli, Sylvia Plath, Simone Weill) in duplice voce di donna: Sabina Meyer, al canto, e Daniela Cattivelli al sassofono, sovente con aggressività weilliana (My Boyfriend). Gli uomini accompagnano e sposano l’eterno femminino luxemburghiano facendo musica come fosse un corpo solo (Jamais de la Vie). Impeccabile Spera alle percussioni e pure nello spargere qua e là cheap electronics. Il contrabbasso di Galantino, il violino di Berardi e la chitarra di Caric danno muscoli e tendini alle idee; avendo modo d’esprimere la loro totale adesione alla creatività femminile nel breve ma fulminante quartetto Midori, quasi fosse un ‘saggio’. Esiste ancora chi coltiva l’utopia della musica e dell’arte politica, con un radicamento storico così forte nella ‘tradizione-innovazione’ delle avanguardie del ‘900 da darci qualche speranza che la memoria non è persa, che ci si può rapportare ad esperienze vive e non ad un mero tempo cronologico passato, che abbiamo una continuità dialettica e non siamo sbattuti nel tele-mediale omogeneizzato. (7/8)

    Leaves and Snows, Oralizations, Jardin d’exil, A Global Taxonomical Machine dans All About Jazz Italy

    «Recensione», Francesca Odilia Bellino, All About Jazz Italy, 1 décembre 2005
    jeudi 1 décembre 2005 Presse

    Le presenti quattro novità della canadese Ambiances Magnétiques rendono bene il raggio di azione — esteso, vasto e aperto — che questa etichetta copre.

    La parola è musica. Era già il motto de Le Trésor de la langue, CD per l’Ambiances Magnétiques del 1989 di René Lussier dove le intonazioni del discorso determinavano le melodie strumentali. In Oralizations, Paul Dutton, uno dei massimi esponenti mondiali della vocal sound art, continua il discorso di Lussier, spingendo quasi al parossismo le proprie escursioni (non verbali) nel dominio musicale del canto sonoro (soundsinging).

    La parola oltre la parola, in essenza. In Oralizations Dutton intercala pezzi “parlati” a pezzi “cantati”, considerando parola e musica come le due estremità di un continuum sonoro sul quale l’artista muove il proprio lavoro. Ne risulta una sorta di “meta-logo” che tenta di esprimere l’indicibile, attraverso tutto lo spettro (vocale, canoro, sonoro, rumoristico, fonologico) di cui il suo locutore può servirsi. Lavoro di indubbia difficoltà, ma di assoluto interesse [essenziale l’ascolto in cuffia].

    Leaves and Snows è un disco del trio formato dal giovane e talentuoso chitarrista Antoine Berthiaume, dal pianista francese Quentin SirJacq, e dall’ingegnere del suono Norman Teale. Di tutt’altro genere rispetto al precedente (qui siamo in completa sperimentazione jazz), sembra avere continuità non diretta, non esplicita, assolutamente non cercata. Presenta un certo uso della particella suono — provenga essa dal graffio delle corde, dal tocco del piano o dal missaggio elettronico — che tocca sia parola (intesa come poesia) che musica (intesa come discorso sui suoni).

    Da corde, tasti, percussioni sfiorate (e poco percosse) scaturisce un jazz di matrice sperimentale, con riferimenti voluti ad un Derek Bailey e ad un Fred Frith, una musica profonda, cupa a tratti, piena d’imprevisti, oscillante in una atmosfera rarefatta. Lavoro immaginario e immaginifico, per carattere dei suoi interpreti, beffeggia le regole della gravità con il suo senso di irrinunciabile sospensione.

    Di impronta nettamente jazzistica è invece Jardin d’exil del canadese Ensemble en pièces, quintetto guidato dal sassofonista Philippe Lauzier, accompagnato dal pianista Alexandre Grogg, dal batterista Thom Gossage, dal trombettista Andy King e dal contrabbassista Christophe Papadimitriou.

    Jardin d’exil snocciola quattordici brani di una musica che fatica a bilanciarsi tra chiarezza e confusione. L’instabilità non è la tecnica (fragile confine tra improvvisazione e composizione), quanto piuttosto il punto d’intesa raggiunto — un corto instante, tu sei là, immobile. La musica si frantuma letteralmente nei pezzi dell’ensemble, restituendoci poche e forse vaghe certezze, atmosfere schive, immagini discontinue. Sincopi sui tempi deboli, essenza di questo jazz.

    Taxonomy (che sta per Elio Martusciello, Graziano Lella e Roberto Fega) suona e improvvisa esplorando terreni di un sincretismo elettronico da tempo esso stesso terreno di ricerca. La combinazione di suoni (quale che sia la loro provenienza) non è un monolite freddo all’ascolto, ma al contrario A Global Taxonomical Machine, è una vera e propria macchina in grado di classificare ogni particella e da cui fluiscono luci e ombre di una musica ricchissima di dettagli e di sfumature. Statica e dinamica, silenzio e ipertensione dello spazio acustico sono campi di indagine di questo lavoro che riesce a mantenere un’impronta piacevolmente attenta all’acustica. Tre essenze affiatate che disseminano nella trama di questo lavoro sapienza ed essenza. Non sono da nessuna parte (solo un clarinetto ci ricorda che siamo in presenza di un fiato, di una vita, di una persona), eppure è così pregna di loro questa musica…

    Estrapade dans Modisti

    «Discos», Modisti, 10 novembre 2005
    jeudi 10 novembre 2005 Presse

    Concepto abierto que permite la colaboración del Djeeing y el ruido electrónico abstracto. Motivos rítmicos permean los cortes pero no siendo sino una posibilidad y alternando con pasajes más o menos duros de sampleado digital. Ruidismo hiperdenso, improvisación y composición en un equilibrio interactivo donde las texturas fluyen cual ríos de lava.

    AnteNata dans Sands Zine

    «Un omaggio coraggioso e ’diverso’ al Novecento », Sands Zine, 8 novembre 2005
    mardi 8 novembre 2005 Presse

    Nell’arco di pochi mesi la Ambiances Magnétiques ha pubblicato ben due CD che vedono coinvolto un componente degli Ossatura, dopo Elio Martusciello con il disco deiTaxonomy, che trovate già recensito, è adesso la volta di Fabrizio Spera, che è stato parte integrante di questo notevole collettivo. Ma non voglio rischiare di deviare il lettore, perché AnteNata era in realtà un progetto creato e diretto da Sabina Meyer e Daniela Cattivelli. L’ensemble visse solo una breve stagione intorno all’anno 2001, il tempo di dare qualche concerto e registrare il disco, e forse qualcuno si ricorderà di loro come StrixAluco. Quel nome non aveva mai convinto pienamente le protagoniste ed è stato cambiato in extremis con il più enigmatico AnteNata. La scelta mi trova pienamente d’accordo poiché StrixAluco sovraccaricava, con il suo palese significato, un progetto già caratterizzato di per sé sia dalla doppia leadership femminile sia dalla scelta di utilizzare dei testi liberamente tratti dall’opera di alcune scrittici-poetesse del Novecento (Ingeborg Bachmann, Patrizia Cavalli, Marina Cvetaeva, Meret Oppenheim, Sylvia Plath, Anne Sexton, Patrizia Valduga e Simone Weil). Se non conoscete le scrittrici in questione vi invito a cercare informazioni su tali ‘antenate’ per ben mettere a fuoco lo spirito che animava le protagoniste di quest’avventura. La musica ha un taglio decisamente mitteleuropeo e fare il nome di un’altra donna, la cui presenza trasuda da ogni poro, è d’obbligo: Dagmar Krause. Stabilito ciò è bene comunque individuare l’autonomia del progetto da eventuali modelli, quali possono essere gli Henry Cow e famiglia, e la commistione della materia di base con elementi elettronici ed elettroacustici e con l’utilizzo di parti campionate. D’altronde appare evidente come l’apporto degli altri componenti non sia stato esclusivamente strumentale, ma anche di tipo creativo, e sia andato ad incidere su alcune scelte strutturali (ben al di là della firma che i quattro musicisti pongono alternativamente sotto alcuni titoli). Ma quello dei progetti aperti allo stimolo di tutti i musicisti coinvolti è un cavallo di battaglia tipico dell’ambiente che AnteNata rappresentava, quindi non si tratta di una novità, e comunque va sottolineato che l’ossatura del disco è saldamente nelle mani della Meyer e della Cattivelli. Quindi, riprendendo il filo del discorso, suggestioni mitteleuropee che si miscelano con la musica afroamericana (jazz? ma anche altro) sotto la benedizione di un santone qual è stato Frank Zappa — e qui bisognerebbe scomodare Igor Stravinskij, ma rischiamo di andare troppo lontano. È importante invece mettere un accento sull’importanza del disco perché, da una parte, ricopre un periodo dell’attività artistica di Daniela Cattivelli, quello successivo allo split delle Fastilio, poco documentato e dall’altra offre una delle rare occasioni in cui è possibile ascoltare la voce di Sabina Meyer. Cose preziose, perché la prima è un’ottima strumentista e compositrice e la seconda ha una voce bellissima. Avendo assistito ad uno dei loro primi concerti, con Paolo Angeli invece di Caric in formazione, non posso fare a meno di notare la notevole crescita che era in atto e, alla luce di ciò, rammaricarmi per la fine prematura del progetto, ma tant’è e vale la pena di gustarsi questo regalo ormai inatteso e, come tale, ancor più prezioso. Dico male?

    Ps: splendide le immagini di Nanni Angeli.

    Steve Reich: Different Trains dans wReck thiS MeSS

    «Review», Bart Plantenga, wReck thiS MeSS, 7 novembre 2005
    lundi 7 novembre 2005 Presse

    Different Trains, on DAME, is an incredibly vibrant and awesomely melancholy interpretation of Steve Reich ’s train works, which are inspired by his early experiences of the importance of trains in a boy’s childhood and the history of the world — the transport of millions of Jews to their deaths during WWII. The works include prerecorded tapes of people discussing their memories of WWII, the Holocaust, the sounds of trains and 3 different string quartets. Immediately ranks in the top for 2005.

    Il (le disque] atteint immédiatement le sommet du palmarès 2005.
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