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  • (juste) Claudette, Bavards, Chicken, Grain, Muets dans Wonderous Stories

    «Quattro storie dal Giardino Elettrico», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 12:35, 1 mars 2008
    samedi 1 mars 2008 Presse

    Tutto inizia a metà dei novanta, nell’eccitazione creativa della francofona Montréal, quando il contrabbassista Alexandre St-Onge e il percussionista Michel F Côté, assistono ad una performance del chitarrista Bernard Falaise. Il conseguente “colpo di fulmine” produce Klaxon Gueule (nome che sa di alchimia dadaista con quella sua bislacca associazione tra “clacson” e “mascella” o, se volete, “rumore” e “potenza”).

    Klaxon Gueule Bavards cd1 47:26, cd2 46:22 Ambiances Magnétiques esce nel 1997 lanciando immediatamente segnali luminescenti: riferimenti jazz rock (c’è chi vi sente l’imprinting di Fred Frith e dei This Heat ma anche di certo free jazz di frontiera) e gusto per l’improvvisazione (anche) estrema. Il concetto di “power trio” viene sistematicamente messo in discussione fino giungere, con Friandise cannibale, al suo definitivo sgretolamento. Eppure due anni dopo le cose cambiano. E di molto. In Klaxon Gueule Muets AM 1999 — 49:59 (che qualche critico esalta come uno dei dischi fondamentali dei Novanta) il suono diventa sempre più essenziale tanto che i contorni tra gli strumenti diventano così labili da risultare magicamente con-fusi. C’è la poetica del “sottovoce” che giustifica pienamente il titolo Muets (=“muti”) tanto che qualcuno azzarda l’equazione Michel F Côté-Jamie Muir arrivando a definire Muets il No Pussyfooting degli Anni Novanta

    Con Klaxon Gueule Grain AM 2002 — 43:15 il salto è definitivamente compiuto. Il rock (anche quello sperimentale) è definitivamente alle spalle e con esso ogni tipo di parvenza strutturale. Un “grano” in grado di nutrire nuove ipotesi creative figlie dirette dei grandi autori di fine novecento e una inedita sfida che viene lanciata all’Ascoltatore: dimenticare l’identità della fonte (anche se le note di copertina continuano a riportare i nomi degli strumenti tradizionali) e abbandonarsi al Flusso Indistinto del Suono. Poi la leggenda narra delle “canzoni geneticamente modificate” di Klaxon Gueule Chicken &Records 2004. Chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo lo descrive così: “E’ come lasciare per quarant’anni Bob Dylan dentro una stanza di decompressione ad ascoltare Hymnen di Karlheinz Stockausen e Poème électronique di Edgar Varese messe in circolo in eterno loop” (Michele Coralli in Blow Up 82/2005)….

    Il silenzio KG viene rotto dal suo percussionista che recentemente pubblica Michel F Côté (juste) Claudette AM 2007 — 38:03. Un disco davvero bello che, se da una parte potrebbe deludere chi ha amato il Culto del Puro Suono praticato dalla band, potrà intrigare parecchio chi si lascia catturare dall’esplorazione di nuovi spazi sonori (sì, è ancora possibile!) all’interno di una persistente struttura “free-rock”. Di fatto il progetto di Côté (qui impegnato non solo alle percussioni ma anche alla pocket trumpet e agli arrangiamenti) propone il trio originario addizionato dallo stralunato organo di Jesse Levine. Tredici tracce di sghembo sapore post-RIO dove la sagace contaminazione elettro-acustica la fa da imperiosa padrona. Ascoltare per credere l’ansimo elettrico di Arms Oil con la chitarra frithiana di Falaise che si fa saggiamente guidare dalle sincopi organistiche (orgasmiche?) di Levine ed anche gros découvert con quella sua ritmica frastagliata dove il contrabbasso di St-Onge e il percussionismo dissociato del leader profondono abbacinanti intuizioni armoniche. Molto bello anche il jazz allucinato di par en avant con quei suoi eccitanti intarsi tra la delicata chitarra dell’immenso Bernard, i tappeti timbrici dell’onnipresente organista e l’aliena sezione fiati architettata dallo stesso Côté. E se (juste) Claudette fosse il My Life in the Bush of Ghosts del decennio?

    Un disco davvero bello che […] potrà intrigare parecchio chi si lascia catturare dall’esplorazione di nuovi spazi sonori (sì, è ancora possibile!) all’interno di una persistente struttura “free-rock”.

    Shruti Project dans La Scena Musicale

    «Review», Paul Serralheiro, La Scena Musicale, 1 mars 2008
    samedi 1 mars 2008 Presse

    Similarly adventurous is the Shruti Project (Ambiances Magnétiques AM 173 CD — ★★★★) which combines the efforts of two Canadians: Indian-born Ganesh Anadan and John Gzowski. Anadan studied the Karnatic music of Southern India, explored Cuban and Brazilian rhythms, and played in Gamelan ensembles. He’s also studied a number of instruments of other ethnic origins, such as the Celtic bodhrán. For over a decade, he has devoted himself to combining his varied influences into a personal style. Gzowski, for his part, is a composer and multi-instrumentalist (guitar and oud primarly) who enjoys making his own instruments and experimenting with non-standard tunings. It is this last concept which united the two to explore the Indian 22-toned Shruti scale on hybrid instruments of their devising. The effect is an intriguing 75-minute exploration of strikingly fresh sounds, with textures and microtonal melodies played on a “19-tone guitar”, a 12-string Shruti Stick and a variety of percussion intruments.

    The effect is an intriguing 75-minute exploration of strikingly fresh sounds…
    ★★★★
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