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  • Aurores boréales dans L’Express

    «Musique pour les yeux ou… tableaux pour les oreilles», Dominique Denis, L’Express, no 41, 17 octobre 2006
    mardi 17 octobre 2006 Presse

    À son meilleur, le trio piano-contrebasse-batterie représente la quintessence de l’art du jazz, cet alliage d’intimité et d’interaction qui séduit d’entrée de jeu et nous ravit au gré d’écoutes plus attentives. À cet égard, le Trio Jean Félix Mailloux, composé du pianiste Arden Arapyan, du batteur Jonathan Racine-Ménard et de Mailloux à la contrebasse, s’inscrit dans la lignée des célèbres formations de Bill Evans, de Paul Bley et d’Oscar Peterson, et pourrait servir d’entrée en matière à quiconque cherche à saisir cette ineffable alchimie qui se distille à trois.

    Pétries d’influences diverses – du tango à la musique arabe en passant par l’impressionnisme à la Bill Evans et l’angularité d’un Thelonious MonkAurores boréales est un petit miracle d’équilibre, empreint d’un onirisme qui n’est jamais flasque, d’une sensualité qui n’est jamais télégraphiée. Bref, on tient là une entrée en matière des plus prometteuses pour la nouvelle étiquette montréalaise Malasartes Musique.

    Aurores boréales est un petit miracle d’équilibre, empreint d’un onirisme qui n’est jamais flasque, d’une sensualité qui n’est jamais télégraphiée.

    Sextant dans Il Manifesto

    «Ultrasuonati», Luigi Onori, Il Manifesto, no 9:40, 14 octobre 2006
    samedi 14 octobre 2006 Presse

    Produzione canadese con catalogo avanguardista (da Derek Bailey ad André Duchesne) per il pianista, tastierista e compositore pugliese. Lenoci, del resto, vi aveva già inciso in duo con Joëlle Léandre (Sur une balançoire). Qui il gruppo è sotto il suo maieutico controllo e schiera Fabrizio Scarafile (sax soprano), Francesco Massaro (alto e baritono), Adolfo La Volpe (chitarra elettrica), Francesco Angioli (contrabbasso) e il veterano Marcello Magliocchi (batteria). Sette composizioni sono del leader e ben ne tratteggiano la poetica, felicemente e problematicamente sospesa tra jazz nelle sue forme più avanzate e musica contemporanea, tra suoni materici (Realtà) ed alea (Notturno frattale), con un rilevante spazio per la creazione estemporanea e l’improvvisazione collettiva. I brani non originali suggellano quest’atmosfera: il rarefatto Intermission VI di Morton Feldman e lo spigoloso Miss Ann di Eric Dolphy.

    … felicemente e problematicamente sospesa tra jazz nelle sue forme più avanzate e musica contemporanea…

    Chansons de la belle espérance dans Blow Up

    «Recensione», Dionisio Capuano, Blow Up, no 101, 1 octobre 2006
    dimanche 1 octobre 2006 Presse

    Cartier canta l’amore, nelle sue ramificazioni incarnite. Tra gli autori: Apollinaire, Pierre Perrault, Gaston Miron. Si ispira agli standard del jazz, alle Broadway love songs, ad Autumn Leaves, ma soprattutto alla malincolia della canzone di Jacques Prévert, Les feuilles mortes. Sceglie autori e lingua francese; e chissà, sarà pure una scelta politica, un corollario emotivo a Le trésor de la langue. Il gruppo di musicisti che lo accompagna è straordinario: Jean Derome, Pierre Tanguay, Bernard Falaise, Jean René, Tom Walsh. Se Il nous aurait fallu, attraversata dallo struggente trombone di Walsh, ha l’appeal del classico “amore perduto” e s’appiccica addosso, ancor più sconvolgente è la capacità di Cartier di penetrare i testi con musica e voce, facendo germinare melodie che si diramano attraverso lo splendore esecutivo del quintetto (sic). Sia quando la metrica e la struttura sono propriamente jazz (Dédicace de la belle sspérance), sia quando fanno eco alla ballata arcaizzante, nelle cadenze della viola di René e del flauto di Derome (La chanson de Marie). Ampiezza di respiro e ricchezza interpretativa della musica, che non vedono soluzione di continuità tra il canto di Cartier e il solo di chitarra di Falaise (Portrait), tra l’impasto orchestrale e il passaggio solistico. È un dilagare sentimentale, come nei dodici minuti di Mirabeau: languoroso tema quasi intessuto di sublime saudade da inconscio collettivo. (7,8/10)

    7,8

    Today is a Special Day dans Blow Up

    «Recensione», Dionisio Capuano, Blow Up, no 101, 1 octobre 2006
    dimanche 1 octobre 2006 Presse

    Giovani, tecnicamente dotati, ascoltatori trasversali della musica, Lauzier, Perkin e Kuster propongono la loro “differenza”, che rende speciale il “giorno speciale”. Un bilanciamento (melodia e arrangiamenti, rapporto scrittura e improvvisazione) tra jazz e rock in opposition (Bulgarian Rhythm). La musica si sviluppa suggestiva (Mélodie pentatonique), di traverso. Le ance di Lauzier suonano temi ed armonie che sono fluidificazioni di Art Bears, Henry Cow o News From Babel. Ad esempio, nell’intro di Tanz, e negli sviluppi a spartito di Broken Glass, dove è particolarmente esemplare il morphing tra i due “generi”, incarnato in maniera ipostatica da Perkin, il quale suona il contrabbasso su derive jazz, ma quando canta — vocalismi senza parole — ha cadenze art progressive. La tecnica percussiva di Kuster, con i suoi influssi cutleriani, accentua l’atmosfera Recommended. Affiorano altri retrogusti: la classica extracolta tonale, lo Stravinskij più leggiadro, il quid beffardo di Satie, la ballata popolare (The Cocoon). Cose nuove in una lingua meticcia che è ben più della semplice contaminazione di generi. (7/10)

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    Idiolalla dans Blow Up

    «Recensione», Dionisio Capuano, Blow Up, no 101, 1 octobre 2006
    dimanche 1 octobre 2006 Presse

    Idiolalla è una malattia vocale, un’infezione della lingua inventata. Due vocalists, DB Boyko e Christine Duncan, e un percussionista, Jean Martin, esplorano le possibilità della comunicazione al di là dell’intelleggibilità semantica e quelle del canto, al di là del tradizionale concetto di cantabilità. I sintomi di idiolalla sono contagiosi e piaceranno molto; di sicuro diverranno luogo di divertimento e d’esercizio del bambino che è in noi, ancora non plagiato dai tabù comportamentali borghesi. Gli impasti vocali hanno una precisa caratterizzazione sottolineata dai ritmi. È giungla, circo e songbook surrealista. Il vocalese d’impianto jazz è terreno di divertissement tribali (Catherine et Cathy, Ringdingding) e l’evocazione d’un Africa distorta (Addowah Picapah) o d’un Tibet adulterato (Mine, Me), attesta il livello simbolico di pandemia che regna dell’album. D’altra parte, l’espressività ha propria sintassi e regole rispettate, come pure è percepibile il “senso dialogico” degli intrecci dei gargarismi o delle ecolalie e il ruolo drammatizzante della batteria (Soul Sausages). Lo spettacolo è dunque di grande godibilità. I piccoli vi tradurranno tutto e spiegheranno perché la mia valutazione sintetica è fin troppo prudente. (7/10)

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