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  • Canevas «+» in AllMusic

    “Review”, François Couture, AllMusic, November 5, 2004
    Friday, November 5, 2004 Press

    Here’s the family tree Ambiances Magnétiques is an avant-garde musicians’ collective-cum-record label. Productions SuperMusique is a production company set up by Joane Hétu, Diane Labrosse and Danielle Palardy Roger, all members of Ambiances Magnétiques. The Ensemble SuperMusique is a shapeshifting supergroup bringing together Montréal-based improvisers closely or loosely associated with Ambiances Magnétiques and/or the Montréal improv scene. And Canevas «+» is the group’s first CD, culling various excerpts from concerts recorded between 1998 and 2004. Despite its collective nature, the AM crew has rarely released live collective material, the only previous occurrence being the 1992 CD Une Théorie des Ensembles (which, except for two group pieces, presentedseparate projects from group members). Canevas «+» is much more gregarious. We are presented with a true free improv ensemble (not unlike the London Improvisers Orchestra, although on a smaller scale), performing structured improvisations, conductions, and a few loose compositions. But the ensemble shapeshifts from track to track, from year to year. The core remains relatively the same: Hétu, Labrosse and Roger, plus Jean Derome and Martin Tétreault. Around them revolve familiar Ambiances Magnétiques names, such as Pierre Tanguay and Pierre Cartier, but also relatively newcomers like Sam Shalabi, Nicolas Caloia, Gabrielle Bouthillier and Morceaux de machines’ Aimé Dontigny. No matter what shape the group takes, the result is sharp, deep-running, consensual improvising. And thanks to Joane Hétu’senlightened editing, the tracklist unfolds seamlessly, with much more cohesion than expected. Highlights include the three composed revisitations of folk songs by La Bolduc (aka Mary Travers, a Quebec cultural icon of the Great Depression era), Hétu’s improv game Le Discours, Labrosse’s two pieces (La Tulipe and Les Mouches, somewhere between her projects Parasites and (Petit Traité de Sagesse Pratique), and Tétreault’s contributions, all very playful and quote-heavy. Canevas «+» requires some getting used to, if only because of the number of people involved and the shortness of the tracks (it’s hard to keep up!), but its rewards are aplenty and the album gives proof that the Ambiances Magnétiques/SuperMusique crew has renewed both its roster and its approaches, while remaining true to its multi-faceted identity. Recommended.

    Ambiances Magnétiques / SuperMusique crew has renewed both its roster and its approaches, while remaining true to its multi-faceted identity. Recommended.

    Jardin d’exil in AllMusic

    “Review”, François Couture, AllMusic, November 5, 2004
    Friday, November 5, 2004 Press

    Jardin d’Exil is a double first: l’Ensemble en Pièces first album and the first installment in the label Ambiances Magnétiques “Jazz” series. Yes, Montréal’s avant-garde mainstay goes jazz, but judging from this first offering, it is not aiming for the mainstream. While being softer and easier to listen to than most of AM’s previous releases, especially from a jazzpoint of view, Jardin d’Exil never falls down to the lowest common denominator, on the contrary. Led by pianist Alexandre Grogg and sax player Philippe Lauzier, this quintet delivers some gracefully complex tunes, balancing swing and melody with harmonic audacities and intricate structures. One hears hints of Dave Holland, Dave Douglas, and the Vancouver jazz scene. The rhythm section of Christophe Papadimitriou and Thom Gossage makes a strong bopping unit, while feeling comfortable in post-post-bop stretch-outs. Andy King’s trumpet is a balm in most of thequieter pieces, his velvety tone contributing generously to the group’s identity. Lauzier and Grogg share writing credits. The pianist’s pieces arethe most complex in the band’s repertoire and show influences fromcontemporary classical, the softer side of avant-jazz, and maybe even a touch of Rock-in-Opposition, while Lauzier’s tunes stick closer to the bop ethos, with many quirks to boot. Highlights include the exquisite Ouverture, the cinematic Plaines, the foggy Short Story, and Arrière-Pays but there is hardly a throwaway track (although the kalimba-led Lointain feels slightly out of place). This album requires a listener in a introspective mood, and its heavy melancholia might bring you down a bit, but some jazz fans will tell you these are the signs of great music.

    This album requires a listener in a introspective mood, and its heavy melancholia might bring you down a bit, but some jazz fans will tell you these are the signs of great music.

    63 apparitions, Michel F Côté in Altremusiche

    Michel F Côté. 63 apparizioni nel mondo dell’elettronica”, Michele Coralli, Altremusiche, November 1, 2004
    Monday, November 1, 2004 Press

    altremusiche: La & records, la vostra neonata etichetta canadese, esce con due lavori, entrambi molto ben curati ed entrambi ispirati a una costruzione del suono basata sulla ciclicità di strutture rumoristiche. In questi ultimi anni il rumore sembra definitivamente esploso in gran parte delle produzioni artistiche contemporanee. Quanto ha influito secondo te l’elettronica nel determinare un’estetica del continuum sonoro/rumoristico?

    Côté: Mi sembra che, in quest’ottica, la posizione di John Cage (e di qualcun’altro) sia centrale. Però, più che l’elettronica (in termini d’estetica musicale), penso che sia stata la tecnologia digitale ad aver contribuito all’integrazione definitiva del rumore nello spazio sonoro. Il medium stesso è il centro di questa rivoluzione musicale: “the medium is the message” diceva giustamente Marshall McLuhan. L’inizio degli anni ‘90 potrebbe essere il punto di partenza più probabile: il digitale — attraverso i cd, i primi laptop, studi portatili e altri utensili musicali non analogici — diventa rapidamente uno strumento audio accessibile e indispensabile. Questa innovazione tecnologica chiude definitivamente l’era analogica. L’elettronica, grazie alle sue risorse, diventa quindi un’estetica influente. Anzi, il digitale ci ha liberato da quell’ossessione tipicamente analogica nei confronti del rumore (cioè il rumore di fondo, il soffio, tutto quel rumore considerato come parassitario); il rumore non è più considerato come un tabù, non è più odiato, diventa potenzialmente estetico. I “room tones” e altri “buzz” elettrici assumono uno statuto di nobiltà, del tutto inaspettatamente, d’altra parte. Anche il “glitch”, quest’altro “errore sonoro involontario”, ha approfittato di questa liberazione digitale. La vecchia gerarchia dei suoni considerati come musicali, rispetto a quelli “non musicali”, è stata abolita. Cage trionfa.

    altremusiche: Non possiamo non considerare la vostra vicinanza estetica, ma anche fisica, con Ambiances Magnétiques. La & records risponde a un’esigenza più radicale rispetto quell’esperienza che sembra ampliare il campo a musiche di diversa estrazione? Ci parli della tua esperienza con AM?

    Côté: Non direi che ci sia un’esigenza radicalizzatrice dietro la creazione dell’etichetta. Essenzialmente si tratta d’un progetto artistico iniziato da Fabrizio Gilardino e me stesso. Un desiderio comune d’inventarci, con molta modestia, un nuovo spazio di creazione e diffusione. “Just what the world needs… Another record company”, scriveva Frank Zappa nel 1969, quando mise in piedi Bizarre Productions. Da qualche anno a questa parte il pianeta è infestato dal proliferare di nuove, piccole etichette che vedono la luce ogni giorno, senza sosta, in modo quasi esponenziale. Ciò mi piace… Mi sembra una proliferazione potenzialmente poetica. &records è uno spazio di ricerca, e la ricerca, la sua stessa ragion d’essere… Posso immaginarmi facilmente &records nella stessa genealogia familiare di Ambiances Magnétiques. Del resto, Fabrizio e io stesso, ne siamo ancora e sempre strettamente associati: Fabrizio continua a collaborare con loro come direttore artistico e grafico e io vi faccio ancora uscire dei dischi, com’è il caso per uno dei miei prossimi progetti, che ha per titolo Flat Fourgonnette (molto vagamente, musica country alla mescalina). Sono ancora, e lo sarò sempre, un membro del collettivo di Ambiances Magnétiques. Quest’etichetta è un ottimo esempio di “successo parallelo” e poi, senza Ambiances Magnétiques, qualche anno fa, probabilmente non sarei mai riuscito a pubblicare alcunché.

    altremusiche: Nella musica elettronica attuale, ma forse non solo in quella, uno dei principi plasmanti forse più determinanti è il concetto di spazio, sia reale che mentale. Esiste secondo te una musica in se stessa, libera dall’idea o dalla suggestione che può generare?

    Côté: Una musica che esistesse solo per se stessa dovrebbe comporsi in modo autonomo, senza intervento umano, e sarebbe al tempo stesso il suo solo fruitore e referente. Se una tal musica esistesse non potremmo mai ascoltarla. Peggio per noi. Il melomane e il critico inevitabilmente generano un’interpretazione. Le idee che s’associano abitualmente a una musica in particolare sono in genere proposte dall’ascoltatore, non dal compositore. La musica è, dal punto di vista semantico, piuttosto relativa, debole nei suoi enunciati, meno precisa del linguaggio visuale o delle parole stesse, ma resta comunque strettamente legata alle idee e suggestioni del compositore come alle diverse interpretazioni dell’ascoltatore. Per quanto riguarda il concetto di spazio, ti dirò che, essenzialmente, la musica è un’arte del tempo, ciò che gli uomini hanno inventato di meglio per contrastare l’ineluttabilità del tempo che trascorre. E tutto ciò funziona piuttosto bene: quest’arte infonde elasticità al tempo che passa. Nella musica, le questioni di spazializzazione sono sempre rimaste secondarie. Forse, grazie all’inarrestabile ottimizzazione delle tecniche di riproduzione sonora, le preoccupazioni legate alla spazializzazione, al concetto di spazio sonoro, aumenteranno. Questa non è che l’alba…

    altremusiche: Quanto influisce l’idea dello spazio sonoro nella tua musica? Sia quello in cui la tua musica vivrà, sia quello che la tua musica sarà in grado di evocare…

    Côté: Non ho alcun controllo su ciò che la mia musica potrebbe evocare. Ed è un’idea che mi piace molto. Sesso stellare? Pensieri immensamente stupidi? Chi lo sa? In quale spazio sonoro la mia musica vivrà? Spero che si tratti d’uno spazio frequentato da spiriti radicali liberi… Lo spazio sonoro si rifà a una logica di profondità e di campi: vicino, lontano, che ruolo può giocare il silenzio. E poi non si devono dimenticare le dinamiche d’ampiezza sonora: le nozioni di spazio ne sono dipendenti. L’ascolto attivo, insomma.

    altremusiche: Il tuo lavoro 63 apparitions è stato composto per una coreografia, quindi si tratta di una musica funzionale in qualche modo. Quanto cambia il tuo modo di lavorare in caso come questo?

    Côté: Tutta la musica è, a priori, funzionale. Assolutamente. La musica è un’arte funzionale: contribuisce al benessere dell’anima, funzione necessaria esercitata da almeno 60000 anni. L’arte per l’arte è una strana utopia. Però una musica composta per una coreografia fa parte del nostro quotidiano. Musica e danza sono due forme d’arte strettamente associate: la danza, spaziale, si nutre di musica; la musica, temporale, si libera a contatto della danza. Non conosco musicisti che non sorridano quando vedono gente ballare sulla loro musica e mi sembra una funzione assai nobile, quella di comporre per uno spazio coreografico. Comporre per una coreografia è naturalmente diverso che comporre per un matrimonio, una celebrazione militare o un corteo funebre. E’ decisamente più gaio… Ti dirò che l’interazione interdisciplinare mi pare molto stimolante, basta citare alcuni nomi, John Cage / Merce Cunningham, Tom Waits / Robert Wilson, Igor Stravinskij / Vaslav Nijinski, Nino Rota / Federico Fellini, Morton Feldman / Samuel Beckett… Cambia, il mio modo di lavorare in un caso come questo? Il mio lavoro di composizione cambia sempre e comunque…

    altremusiche: Nel disco vengono citati due autori come Cage e Satie, che sono sempre stati legati a qualcosa di esterno alla musica, ma così strettamente correlato alla loro musica. Perché loro due?

    Côté: Semplicemente perché mi sono essenziali. Al tempo stesso esteriormente e strettamente connessi…

    Des gestes défaits in Altremusiche

    “Recensione”, Michele Coralli, Altremusiche, November 1, 2004
    Monday, November 1, 2004 Press

    Giradischi ed elaborazioni al computer dal Canada francofono. Da una parte quello che ancora viene chiamato dj, qui Martin Tétreault, dall’altra il freddo elaboratore impugnato da Bernard Falaise. Des gestes défaits ci viene spiegato come il tentativo di creare una forma circolare ispirato ai 33 1/3 giri del disco in vinile (vedi 33 1/3 di John Cage). Qui Tétreault ha fornito una serie di registrazioni tratte da tre suoi concerti durante i quali ha generato sonorità a partire da giradischi, superfici preparate e piccoli oggetti elettrici/elettrificati. Falaise ha poi estratto una serie di 33 frammenti compresi tra i 5 e i 40 secondi, a cui ha poi aggiunto un refrain, costruito su altri 3 frammenti, della durata di 18 secondi (corrispondenti in proporzione a 1/10 di 3 minuti). L’opera così scaturita consta di 11 brani di 3 minuti con un refrain che viene ripetuto alla fine di ciascun brano, in modo da essere progressivamente posticipato di 18 secondi ogni volta. Ogni singolo brano riutilizza la traccia audio del precedente, trasformandone le caratteristiche principali in modo completo.

    Questa la costruzione: deterministica ed estremamente logica, ma in parziale contraddizione con la reale capacità di percezione degli aspetti formali più intimi in fase di ascolto. L’idea della circolarità è comunque suggerita dalla scelta dei suoni di ogni frammento, che non abbandonano mai l’idea di rotazione, evocando ciclicità rombanti di motori, cinghie e alberi di trasmissione, così come vinili incantati, rasoi e lavatrici in moto perpetuo. Paesaggi sonori non nuovissimi, ma ancora molto attuali.

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