Qualcosa che c’è mancato, ci manca: arriva la nuova musica per l’inverno, teatro sonoro in quattro grandi quadri (Joyeux temps, Être dans le vent, La Marmotte, Calcium sloche) per un ottetto elettroacustico che comprende Joane Hétu, Jean Derome, Guillaume Dostaler, Lori Freedman, Diane Labrosse, Pierre Tanguay, Martin Tétreault e la voce (registrata) narrante di Gilles Derome. Album straordinariamente terribile e umano come solo può essere la stagione invernale, come può essere una stupefacente esecuzione live. Declama Gilles Derome: “La première adaptation des hommes au climat du Canada fût de mourir”, ma poi dice pure “L’hiver apporte de la joie, du plaisir; il encourage les hommes à se rapprocher”. Stagione-simbolo delle difficoltà della vita, stagione-essenza dell’habitus esistenziale canadese, viene cantata nelle forme d’un florilegio impro-strutturato, denso di riferimenti. Suona come il mondo che abbiamo intorno, che tanto più difficile appare tanto più vero e fertile lo sentiamo. Impressionismo fluxus nel primo quadro; estensione sperimentale delle winter songs di Art Bears (nostra sensazione, non analisi filologica); visione fantastica con gli strumenti che disegnano i paesaggi di ghiacci e gelide nevi e eppure vivaci e pieni di tensioni generative; magma di jazz extra colto che sussume nei pentagrammi alterati e nella vivacità ansiogena delle ance qualcosa che non abbiamo più: la dialettica del passaggio dall’inverno alla primavera. Oh sì, la musica-lingua di Menelik ci piace (anche quella pseudo-sperimentale), però preferiamo la gioia d’una nuova vita, il gelo della perdita e la cicatrice nell’animo, il bacio disperato che forse ti riappacificherà con la tua anima. Tutto questo c’è, tutto questo è Nouvelle musique d’hiver.