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  • Philippe Lauzier, Pierre-Yves Martel, Kim Myhr, Martin Tétreault dans Panpot

    «Barnyard Drama (Suoni / L’Off Festival)», David Ryshpan, Panpot, 3 juillet 2008
    jeudi 3 juillet 2008 Presse

    … The evening started off with Philippe Lauzier and Pierre-Yves Martel of Quartetski, turntablist Martin Tétreault and Norwegian guitarist Kim Myhr in three quiet and textural improvisations. The set started with Lauzier playing his alto saxophone with a plunger mute affixed on his bell, creating a muffled and distant sound. The blend of Tétreault’s turntables, Myhr’s guitar effects and Martel’s viola da gamba was impressive. It was difficult to determine where the sounds were coming from. Martel, unamplified, would bow furiously, unleashing streams of harmonics, and even thump his bow against the body of the instrument. Myhr and Lauzier used their instruments more as resonators for external objects and vocalizations. Myhr many times moved a spinning toy across the body of his classical guitar, which he alternately played lying flat on his lap or in normal playing position. Lauzier also played bass clarinet, emphasizing the overtones of the instrument, and pulled out a plastic tube through which he circular breathed. At that moment, with Lauzier playing the tube, the whole group combined to sound like a massive vacuum cleaner, or that noisy radiator from down the hall — a sound full of airy noise, feedback and harmonics…

    The blend of Tétreault’s turntables, Myhr’s guitar effects and Martel’s viola da gamba was impressive.

    Michel F Côté, Jean Derome, Martin Tétreault dans All About Jazz New York

    «FIMAV (May 15-19)», Kurt Gottschalk, All About Jazz New York, no 75, 1 juillet 2008
    mardi 1 juillet 2008 Presse

    Guitars reigned supreme at this year’s Festival International de Musique Actuelle de Victoriaville. The saxophones were there to be sure; Jean Derome, Joe McPhee and Roscoe Mitchell are not ones to sneeze at. But the 25th edition of FIMAV centered on the six-string, with Raymond Boni, Tim Brady, Nick Didkovsky, Fred Frith, René Lussier, Joe Morris, Marc Ribot and Elliott Sharp all on the bill. […]

    Sets by the members of the Ambiances Magnétiques collective from Montréal (100 miles southwest of Victoriaville) are always a much anticipated part of the week and this year made for three strong sets: Jean Derome’s Les Dangereux Zhoms revived as a sextet; Michel F Côté’s excellent organ lounge (juste) Claudette and a trio of René Lussier, Martin Tétrault and Otomo Yoshihide. The latter was an especially exciting outburst of two turntables and two guitars ( Yoshihide manning one of each), running from energy to abstraction. Yoshihide was originally set to play just turntables, but arrived with guitar in hand. Perhaps he sensed something about the frenzy of FIMAV 2008.

    André Duchesne dans Wonderous Stories

    «La chitarra liberata», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 13:36, 1 juillet 2008
    mardi 1 juillet 2008 Presse

    André Duchesne, ecco il nome che si dovrebbe appuntare chiunque voglia seriamente indagare sull’evoluzione della chitarra nella musica contemporanea. Già, perché questo ottimo musicista canadese sono già parecchi lustri che fa parlare (e sentire) assai bene di sé; fin da quando, nel lontano 1977, unitamente a Bouchard, Cormier, Derome e Lussier, dà corso ai mitici Conventum (due album che ogni vero amante del “progressive” inteso etimologicamente dovrebbe possedere) e nell’89 sfiora addirittura Canterbury con il gruppo de Les 4 Guitaristes de l’Apocalypso Bar (alla batteria una certo Chris Cutler…).

    Però è stata l’ultima uscita Duchesne Cordes à danser… suite saguenayenne — 57:40 AM 2006 a riportalo imperiosamente alla mia attenzione. Un disco egregio, completamente strumentale che sa ritagliarsi quello che nei settanta si chiamava “spazio elettroacustico”. Sentite che formazione: basso, batteria, (naturalmente) chitarra, due violini, violoncello, sax alto ed undici tracce una più bella dell’altra in bilico tra RIO, Henry Cow, avanguardie novecentesche, rapidi sguardi alla Centerbury più trasversale: c’è lo stralunato bop di Saguenay Country Club che sa irrimediabilmente sgretolarsi in mille rivoli armonici (Zappa approverebbe!), Mon pays c’est une shop riesce nell’improbabile compito di declinare Fred Frith con Simon Jeffes così come Jumper le train de la Roberval-Saguenay. Eppure questo è solo uno dei volti possibili del chitarrista canadese… infatti se andiamo a ritroso lo possiamo rintracciare in Locomotive — 58:92 AM 2006 progetto ben più elettrico ed intriso di rock a suo modo ruvido e duro. Fin dall’inaugurale Avril-Mai si percepisce un grande tasso adrenalinico che il quartetto sa profondere con dovizia anche se la chitarra di André non perde nulla della sua cristallina pulizia (mentre quella di Claude Fradette certo non risparmia citazioni bluesy piuttosto marcate). Però con la successiva Le Train de l’est le cose si complicano assai: fraseggi più pesanti, persino violenti, con la voce dello stesso Duchesne a rendere ancora più sofferto il mood.

    Sei anni più tardi troviamo il nostro alle prese con Réflexions — 57:53 AM 1999, ovvero quattordici intensi schizzi per chitarra acustica. Un lavoro che sa di introspezione e feconda solitudine. Una sorta di grande meditazione dove, però, qualsiasi compiacimento melodico-oleografico è rigorosamente bandito rimpallando al pigro ascoltatore fraseggi armonici che evitano accuratamente lo “scontato” e il luogo comune. Ascoltare per credere la superba sobrietà de Un après-midi à Paris oppure Vendredi soir en Andalousie con quelle sue dissertazioni deliziosamente notturne. Davvero un disco di grande impatto emotivo (per chi sa ascoltare non solo con il cuore ma anche con le sinapsi…).

    Poi è il tempo di Polaroïde — 55:52 AM 2001 con il Nostro in trio (Jean René al sax alto e Pierre Tanguay alla batteria) ad anticipare paesaggi che verranno ripresi con maggiore varietà timbrica, appunto, nell’ultimo Cordes. E’, ancora, il trionfo dello spazio acustico e di un serrato interplay che conferisce suggestivi dinamismi alla dodici composizioni su qui aleggia, imperioso ed impalpabile, il profilo di Igor Stravinski e con lui l’elogio smodato alla musica in trio (“La composizione triangolare attraversa la musica come una meteora nella notte” scrive André nelle note interne). Come non rimanere scossi dalla lugubre luminescenza di Carnaval con quel suo incedere decadente e proteiforme? E come rimanere insensibili ai silenzi abissali di Polaroïde I?

    Infine Arrêter les machines — 54:06 Auberge du repos 2006, innalza le lodi alla canzone deviata disegnando un bislacco ed affascinante pianeta dove si danno appuntamento il cantautorato colto e trasversale di un John Greaves e Peter Blegvad ma anche certe prospettive stralunate molto Slapp Happy il tutto condito con una francesità molto agrodolce… Musica silente, quasi in sottovoce che, proprio per questo, sa arrivare diritta al cuore. Gustare lentamente mentre il sole cala nel cielo di maggio l’acre sapore de La nuit longtemps oppure la sghemba poesia de Un bon matin… nell’attesa che il buon André ci mostri un suo nuovo profilo…

    André Duchesne, ecco il nome che si dovrebbe appuntare chiunque voglia seriamente indagare sull’evoluzione della chitarra nella musica contemporanea.

    Visions fugitives op. 22 dans Wonderous Stories

    «Recensione», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 13:36, 1 juillet 2008
    mardi 1 juillet 2008 Presse

    Dietro alla sigla Quartetski Does Prokofiev in verità si cela un quartetto di jazzisti condotto dal contrabbassista/arrangiatore Pierre-Yves Martel che intende non solo offrire un tributo alla musica del grande compositore russo ma anche proporne una eccitante esplorazione. Perché, se proprio la vogliamo dire tutta, ogni tributo che si rispetti non deve riprodurre ma, riscrivendo, indicare nuovi approdi!

    In effetti Martel si insinua del pentagramma prokofiefano esaltandone i silenzi, frammentandone i fraseggi, marcandone le melodie, sfumandone i cromatismi. Fin dall’iniziale Lentamente si può godere della peculiarità di questo dischetto: cioè gli impasti fiatistici tra la tromba di Gordon Allen e i sax/clarinetti di Philippe Lauzier (di cui abbiano dato conto del bell’esordio in trio qualche tempo fa) in bilico tra situazioni armoniche variegate e ben colorate dai piatti del percussionista Isaiah Ceccarelli. Un’atmosfera allarmante che si tuffa nella felpata partitura dell’ Andante mentre il contesto bandistico-destrutturato del Molto giocoso rivitalizza l’ascoltatore forse immalinconito da questa rilettura così rigorosa e borderline. Se l’Allegretto I trasuda di rinnovata energia, Con eleganza pare riscrivere certe pagine del tardo Stravinsky mentre Commodo (così nel titolo) riecheggia certo radical-jazz per fiati soli. Allegretto tranquillo, grazie al pastoso contrabbasso di Martel, disegna una sorta di ballata silente che contrasta ferocemente con l’atmosfera felliniano-circense di Ridicolosamente. Molto bello, poi, il sincopato contrappuntismo di Con vivacità così come l’andamento dolente (quasi funeralesco) di Assai moderato.

    Con la speranza che quelle del Quartetski Does Prokofiev non siano visioni fuggitive ma inaugurino un nuovo modo di rileggere il nostro passato.

    Dietro alla sigla Quartetski Does Prokofiev in verità si cela un quartetto di jazzisti condotto dal contrabbassista / arrangiatore Pierre-Yves Martel che intende non solo offrire un tributo alla musica del grande compositore russo ma anche proporne una eccitante esplorazione.

    To Continue dans Wonderous Stories

    «Recensione», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 13:36, 1 juillet 2008
    mardi 1 juillet 2008 Presse

    A ben dieci anni dall’ottimo Torticolis ritorna il quintetto guidato da Jean Derome, (poliedrico fiatista canadese) questa volta caratterizzato da una maggiore propensione verso un jazz “dilatato” anziché (come nell’uscita precedente) “contaminato”. Innanzitutto colpisce la scrittura meticolosa di Jean: temi finemente lavorati attraverso il paziente intarsio fiatistico tra i sax e il flauto del leader con il trombone del sempre ottimo Tom Walsh mirabilmente sostenuti da una sezione ritmica dotata di grande versatilità: propensione improvvisativa non disgiunta da una costante ricerca lirico/melodica. Mi riferisco al piano di Guillame Dostaler (subentrato alla chitarra di René Lussier), alla batteria di Pierre Tanguay e, infine, al ben noto Pierre Cartier (basso e voce). Il risultato è un cd assai compatto costituito da sei tracce aperte dall’arioso tema di Hiboux (paradigmatico esempio della sinergia prodotta dalla coppia Derome/Walsh) su sui si insinua il meditativo basso di Pierre e il liquido percussionismo di Tanguay. Nez qui coule sviluppa un tema piuttosto contorto esposto dal trombone e sostenuto dal piano di Dostaler con accordi molto essenziali e profondi, da qui il dipartirsi di un reticolo variegato di percorsi solistici senza mai perdere, però, un rigoroso sguardo d’insieme. Da ricordare anche l’esuberante energia collettiva (una sorta di “post-bop”) di To Continue introdotta da una gustoso pastiche vocale del “quintetto tutto” così l’insistito contrappunto de Cogné un genou. Se l’atmosfera malmostosamente notturna de La Grenouille et le Bœuf ricorda da vicino di lavori solisti di Pierre Cartier (qui impegnato anche alla voce) Prières, una sorta di ballata destrutturata e silente, chiude degnamente questo quarto capitolo dei Jean Derome et les Dangereux Zhoms.

    A ben dieci anni dall’ottimo Torticolis ritorna il quintetto guidato da Jean Derome, (poliedrico fiatista canadese) questa volta caratterizzato da una maggiore propensione verso un jazz “dilatato” anziché (come nell’uscita precedente) “contaminato”.

    Musique pour objets en voie de disparition dans Wonderous Stories

    «Recensione», Vincenzo Giorgio, Wonderous Stories, no 13:36, 1 juillet 2008
    mardi 1 juillet 2008 Presse

    Fin da quando l’italico Luigi Russolo, all’inizio del secolo scorso inventò l’“intona-rumori” e il francese Pierre Henry si dedicò negli studi di Parigi a quel ramo della musica elettronica poi definita “musica concreta” la nostra musa preferita ha iniziato a guardare non solo dentro ma “oltre” se stessa (per tacere degli orizzonti aperti da John Cage…). Un capitolo interessante viene ora riaperto da questa musicista/compositrice/fisarmonicista canadese che si diletta a “estrarre poesia intrinseca” in oggetti desueti. La mia convinzione è che Musique pour objets en voie de disparition non solo sia un disco molto bello ma, visto il materiale che utilizza, anche abbastanza accessibile. Diane, infatti, mischia sapientemente i suoni di svariati oggetti (sveglie, TV, stampanti, magnetofoni, racchette da ping pong) con quelli di strumenti tradizionali (violino, violoncello, flauto, tromba, clarinetto, fisarmonica, percussioni) con il risultato di otto dolci composizioni dalle timbriche sospese, talora crepuscolari e sommesse. Come non rimanere ammaliati dai quei quattro minuti di La télé noir et blanc con il clarinetto di Lori Freedman a dialogare con le onde di una vecchia TV in bianco e nero? E che dire di quella fisarmonica che, come un tetro maestro di cerimonie, introduce un atemporale standby telefonico? Così come quel lugubre ticchettìo di sveglia lontana si mescola con i toni bassi della chitarra di Bernard Falaise proiettandoci in un tempo rarefatto ed alieno.

    Musica per trattenere il passato, rivitalizzandolo.

    La mia convinzione è che Musique pour objets en voie de disparition non solo sia un disco molto bello…
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